VII Domenica dopo il martirio del Precursore

Is 65,8-12; Sal 80; 1Cor 9,7-12; Mt 13,3b-2

Come settimana scorsa intravedo una lettura pericolosa di questo Vangelo che sarebbe possibile ma incoerente con il resto del testo biblico. Quella che ci siano uomini “fortunati” e dotati di fede che ascoltano il Vangelo e lo capiscono e uomini “sfortunati” (ma ovviamente dipende dai punti di vista) che vedono e non capiscono, che ascoltano ma restano lontani.
Questo modo di vedere si chiama “predestinazione” ed è sempre un pericolo fuori e dentro la Chiesa. Ha molte espressioni, per esempio: “fortunato Lei, padre, che ha la fede, ma noi sa….” oppure, “preghi lei per me che Dio l’ascolta”. Ma anche è predestinazione quello che dicono alcuni giovani quando affermano senza, interrogarsi su una verità: “a te è dato questo modo di vivere e a me quest’altro”. “È dato”, e non “ti sei scelto”, “hai voluto” oppure, che sarebbe più onesto, “credi giusto”. Il relativismo ha sempre un suo aspetto di predestinazione, perché in esso la libertà umana, privata di una verità, risulta inefficace. Ricordo sempre l’inizio del film Match Point di Woody Allen. Nelle prime scene, mentre una pallina da tennis è in bilico sull’asta della rete da gioco, una voce afferma: è la fortuna che domina la vita (“gli uomini faticano a dire quanto sia la fortuna a dominare la vita”). E così in un lampo, tutta la libertà e responsabilità umana nei confronti delle proprie scelte è spazzata via. Anche questa è predestinazione.

Come leggere questo Vangelo senza cedere a questa deriva, senza dividere il mondo in uomini automaticamente fortunati che producono frutto e uomini destinati a rimanere sterili? Basterebbe leggerlo nel suo contesto reale di una comunità. Il suo riferimento non è critico ma autocritico. Non è il mondo diviso in buoni e cattivi, ma io stesso diviso tra un ascolto e una diffidenza, tra una fede e una incredulità. Sono io che mi devo domandare sui miei frutti perché essi non sono un premio caduto dal cielo o una retribuzione, ma l’opera del mio lavoro ed essi dipendono dall’intuizione che ho seguito per vivere. Meglio, sono il frutto di quella parte di me che ha avuto costanza e che non si è lasciata soffocare.

In questo senso non stupisce allora che la parte incredula di me, quella che ascolta e non capisce, non possa essere cambiata o convertita. Va invece tagliata, come la mano o l’occhio che danno scandalo. Ognuno di noi, del resto, non crede se non a partire da una intuizione che poi verificherà nella sua bontà a partire dai frutti. Se abbiamo già deciso di diffidare di Dio nulla ci convincerà del contrario e vedremo solo la parte che vorremo vedere, ma ne raccoglieremo anche i frutti. Lo abbiamo tutti sotto gli occhi: il nostro narcisismo e individualismo moderno non sono in gran parte la sterilità di quella parte di cuore che ha smesso di credere nel seme della Parola, che si è arroccata nell’immagine cinica di un uomo fatto per consumare?

Lo dice ancora C.S. Lewis nel suoi libro “i quatto amori”: anche l’amore, quando esso è venerato come unico principio della vita, ma privo di un Dio, diventa un demone e finisce per non donare mai quanto promette. La passione si spegne in chi cerca di vivere in funzione di un tale amore. Se vi recherete in un giardino per amare anche solo la natura con questo spirito, superata una certa età, nove volte su dieci, non proverete più alcuna emozione.