V domenica di Quaresima

Es 14,15-31; Sal 105; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53

Questa pagina di Vangelo, come anche la prima lettera, sono tutte un movimento. Tutti i personaggi lasciano il luogo in cui si trovano. Tutti escono: Gesù e i discepoli dalla Transgiordania; i giudei da Gerusalemme, Marta dal villaggio; Maria con i giudei dalla sua casa e dal villaggio; Lazzaro dalla tomba. Se Gesù, arrivato presso Betania, si ferma e non entra nella casa del lutto, si rimette ben presto in cammino col gruppo verso il luogo dove sfida la morte, mentre il movimento degli altri personaggi converge verso di lui. Tutti si muovono.
Ma due movimenti mi sembrano i più significativi: quello di Maria che esce di corsa dopo le parole di Marta “il Maestro è qui e ti chiama” e quello di Lazzaro dopo il suo diretto invito a uscire dal sepolcro: “Lazzaro, vieni fuori”. Entrambi provengono da una chiamata e mi pare di vedere in questo movimento qualcosa realmente di vocazionale: ci si muove, ci si mette a correre o si esce da un sepolcro putrido, solo in risposta a qualcuno che viene a smuoverci e –direi– ci “ri-chiama” alla vita. Qualcuno ci richiama a uscire e a vivere.

Penso a Gesù come a uno in grado di ridestare la vita, ma la vita vera. Incontrarlo è incontrare chi ci fa uscire dai nostri sepolcri di morte, dalle nostre depressioni, nelle quali –dovremmo dirlo onestamente– a volte ci lamentiamo, ma altre volte ci stiamo anche bene! Perché in realtà non sempre dal sepolcro di morte si vuole davvero uscire. Uscire dalla sicurezza delle nostre cose, di ciò che ci rispecchia… preferiamo il buio che è tomba, nel senso che non si vedono “altri” e non li si può vedere perché non li si cerca. La tomba a volte è la nostra famiglia come l’unico perimetro delle nostre relazioni vere. Oppure la tomba è lo schema dei nostri progetti che temono tanto ogni raggio luminoso che possa mostrare “altro” da ciò che noi non avevamo previsto. Meglio non rotolare via la pietra che ci metta in contatto con la vita vera, con la luce accecante. Come nel cortometraggio di Sean Penn 11’09”01.

“Vieni fuori”, esci “il Maestro è qui e ti chiama”. Riconosco che solo il Signore ha avuto nella mia vita la forza, ma anche la delicatezza, di strapparmi dalle mie quattro cose, di richiamarmi alla vita. A un certo punto ti fidi di questa parola e capisci che la routine della tua vita è così diventata una tomba che hai bisogno di qualcuno che ti richiami, che ti faccia uscire, che ti mostri un Regno per il quale la vita merita di essere vissuta. Penso che questo sia un vangelo vocazionale e il vero miracolo non sia tanto la morte fisica nella quale Lazzaro ritornerà.

Qualche tempo fa su youtube era comparsa una intervista a due seminaristi che raccontavano in breve la loro vocazione. Il video ha avuto un boom di visualizzazioni e di commenti. Avevo letto molti di questi commenti e mi stupiva il fatto che non pochi se la prendessero con la scelta di diventare prete accusandola sopratutto di aver vissuto fuori dalla realtà: «cosa ne sanno questi della vita?». Che strano tutto questo –dicevo. Perché invece dal Vangelo sembra l’opposto. Eppure, proprio come nella finale di questo racconto, nella religione sembra che ciascuno ci veda ciò che vuole vederci, ciò che pensa di trovarci, ma come se lo avesse deciso in anticipo. Come in anticipo hanno deciso di “far fuori Gesù” o di rimanere dentro i sepolcri delle proprie convinzioni prefissate.
Non so cosa evochi nel senso comune la parola “seminario” però, in una cultura – anche giovanile – così virtualizzata come la nostra, i seminaristi sono giovani che trascorrono molto del loro tempo (libero e non libero) in carcere, con i detenuti, o in ospedale, con i malati di AIDS, o con altri giovani, normali o devianti, bigotti e bulli, perché per esempio in un oratorio o in una scuola ci sono proprio tutte le categorie. E poi bambini, anziani, coppie… in nome del Vangelo. Certo: studiano, pregano, lavorano… Anche questo, perché no? Ma davvero chi vive di Vangelo e per il Vangelo vive fuori dal mondo? A me oggi sembra il contrario.

Di più, a me pare che questo richiamo a uscire dal sepolcro delle nostre chiusure sia la misura di ogni autentica vocazione. Agostino diceva: “agere contra”, agisci contro la tua routine e abitudine. Però dalla mia vita, so che questo coraggio “non ce lo si dà da soli”, come direbbe il Manzoni. Lo si ha nel momento che si è richiamati da una parola, da una vita che per me è solo quella del Signore Gesù. Come dice la bella poesia di Davide Rondoni:

Ma tu mi sorprendi!
Tu solo ormai ci riesci
e senza artificio o clowneria,
perché, mentre è venuto il tempo, il tempo delle cose cieche,
mi guardi come se ti ricordassi di me
“.