Seconda Domenica di Quaresima

Dt 5,1-2. 6-21; Sal 18; Ef 4,1-7; Gv 4, 5-42

Siamo abituati a pensare alla fede di Pietro come all’unica e autentica forma della fede. La fede di Pietro è la fede di chi ha bisogno di seguire il Signore, di fare un cammino, di vivere una forma della comunità dove viene richiamato, dove condivide la vita e riconosce in questa una presenza del Signore. Gli atti degli apostoli dicono che i discepoli mettevano ogni cosa in comune e spezzavano il pane nella memoria del Maestro. È la fede di chi poi darà testimonianza della sua relazione con Dio. Non sono persone che hanno capito di più e non sono migliori di altri. Come in questo vangelo e in molti altri i discepoli capiscono poco di quello che accade ma sono interessati a rimanere vicini al Signore: “chi gli avrà dato da mangiare?”, “perché parla con una donna?” ecc. E il Signore li rimprovererà molte volte, li proteggerà nell’ora decisiva, ma lungo il cammino non risparmia parole dure. È la loro storia a fargli capire che non possono allontanarsi da Gesù. E anche nei momenti di crisi, Pietro è costretto ad ammettere: “dove andremo lontano da Te?”.
Tuttavia il Vangelo di oggi ci ricorda che quella dei discepoli non è l’unica forma della fede. Gesù molte volte incontrerà persone che non lo seguiranno, che avranno con lui solo un dialogo fugace, che non vivranno con i dodici o in una sequela costante, che non fonderanno comunità…. Per essi sembra essere sufficiente un tipo di incontro così, poi rimarranno nella loro vita, avranno il loro lavoro, le loro amicizie, non diverse da quelle del mondo, ma contenti di quell’incontro che in modi diversi li ha “salvati”: a volte con una speranza nuova (a volte guariti, a volte soltanto “curati” o con una parola in più su Dio). Questa è la fede della folla, del centurione con una figlia malata, della donna siro-efraemita, della donna emorroissa, della samaritana… A loro Gesù non chiede un cammino né una testimonianza. Addirittura all’indemoniato guarito che voleva seguirlo dice di tornare a casa. In queste perone spesso Gesù riconosce una fede anche più grande di quella dei discepolo ed è costretto a farglielo notare.
Come parla Gesù a queste persone? Nella forma di questo dialogo, dove più che fare affermazioni sembra provocare e suscitare domande (acqua viva, spirito e verità…), oppure –secondo i vangeli sinottici- in parabole. In altre parole, è una forma della provocazione dove o arrivi tu stesso alla verità della tua vita perché intuisci qualcosa (una fascino, una giustizia diversa) oppure non cogli nulla. La parabola funziona come questo dialogo: o lo capisci tu, e hai come una illuminazione, sai che ti riguarda ed è vero, o sono parole che non dicono nulla. La parabola o il dialogo evitano così di diventare un modo della propaganda, un’opera di convincimento, qualcosa per attirarti dentro un’appartenenza, ma sono vissuti nella totale libertà di chi intuisce per sé.
Io incontro spesso persone così: non sono quelli della parrocchia, non sono a volte neanche battezzati, come il centurione con il figlio malato o la samaritana che era una straniera, ma possiedono una giustizia, una tenacia di fronte alle ferite, uno spirito di carità e di dedizione che spesso mi fanno dire: hanno più fede di me e di tanti che sono tutte le settimane in parrocchia… Accadeva nel vangelo e accade anche oggi. Perché la fede non è una questione di cricca, di elite o di gruppetto. Per questo anche noi dobbiamo chiederci a cosa ci chiama il Signore nella vita? Alla fede di Pietro perché intuiamo che le nostre relazione sono la fraternità che ci fa intuire il bene della vita e dal quale non possiamo sganciarci (c’è il Signore) oppure ci è bastato un incontro e poi avremo le nostre cose, dispersi come tutti e come il mondo ci chiederà di essere? Qual è la forma della fede che io devo vivere? Sono come la folla, come questo villaggio di samaritani contento di un incontro che ho avuto, o come Pietro che capisce poco ma sa che deve rimanere attaccato a quella Chiesa?