IV domenica dopo Pentecoste

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Molte pagine del Vangelo richiamano alla vigilanza. Gesù sembra preoccupato che i discepoli si mantengano attenti, allerti, vigili. Li paragona ai servi di casa di un padrone che quando torna da un viaggio rientra all’improvviso e non vuole trovarli addormentati; alle vergini sagge che quando arriva lo sposo sono presenti alla porta; al servo che si è preoccupato del talento ricevuto ecc.
Vegliare, vigilare, stare all’allerta sembrano questioni molto importanti per Gesù, come se l’uomo non debba fidarsi troppo di ciò che lo appaga totalmente, di ciò che lo fa sentire arrivato o tranqullo. La vita cristiana deve mantenere una sua tensione.

Ogni tanto si pensa che quando si ha un lavoro e si è sposati o “accasati”, finalmente ci si possa riposare perché ci si è realizzati. Ogni vocazione invece va tenuta viva, altrimenti muore. Basta poco per non accorgersi che una relazione scivola, si trasforma nella routine e lentamente muore. La canzone di Gaber “il dilemma” racconta la vicenda di due amanti abbandonati alla loro routine quotidiana, dove ciascuno è ormai rassegnato a far morire l’altro. Dice Gaber: “Il loro amore moriva come quello di tutti / come una cosa normale e ricorrente / perché morire e far morire / è un’antica usanza che suole avere la gente.
Anche nel racconto di Kafka “La tana” si narra dello stesso pericolo: una talpa, nel tentativo di proteggersi dal mondo, si costruisce nelle profondità della terra un nascondiglio sicuro da ogni attacco. Pensa finalmente di essersi sistemata in un luogo tranquillo e sicuro. Invece, a un certo tempo, avverte un rumore strano e sempre più forte. Non è dal di fuori che arriva il pericolo, ma dall’interno della tana stessa.

Pensare in qualche modo di “essere a posto”, di esserci sistemati, di non dover più investire nelle nostre relazioni o di non dover più limare i nostri difetti, di non doverci più attendere nulla, non avere più nulla davvero per cui pregare… è un po’ il pericolo di ogni uomo! Cosa significa vivere distrattamente, come gli uomini dei quali parla il vangelo? Per esempio, quando l’attenzione per le cose anche belle che abbiamo (che non sono un male!) ci fa dimenticare tutto il resto (la bibbia direbbe: l’orfano, la vedova e il povero). Quando l’attenzione per il colore della tovaglia o per la scuola del figlio, ci fa dimenticare la città dove viviamo o quegli amici che magari il figlio non possono averlo…

Un mio amico medico me lo insegnava questa mattina. Mi dice: una delle grandi difficoltà del nostro mestiere è riuscire a dire a un paziente: “guardi che non tornerà come prima”, oppure, “guardi che il suo cuore non reggerà a lungo”. Come dire: bisogna insegnare a non essere sempre distratti sulla vita, ovvero a saper vedere anche la salute e quello che abbiamo non come un diritto intoccabile, ma come un dono… Se si è distratti sempre da altro, se non si legge la vita come un segno, ma si vive per lavorare come “i muli”, ci si dimentica della nostra natura mortale, dell’unicità del nostro vivere. Diventa così anche difficile dire “grazie” per le cure che si ricevono o per quello che si è vissuto e si accampano molte pretese sciocche sul futuro…

Restare vigili è mantenere sempre un po’ la nostra inquietudine. Gesù lo raccomanda in tantissime pagine del Vangelo, come dire: non fatevi ingannare da chi vi promette di essere arrivati, da chi vuole vendervi la cosa che pensate davvero vi farà felici. Non saremo autenticamente uomini se non accettiamo questa irriducibile inquietudine, anche se così avremo un po’ l’impressione di non essere mai arrivati, di non avere un riposo stabile o un appoggio sicuro. Anche Gesù non è un idolo davanti al quale sostare, ma un uomo da seguire.

Gen 6,1-22 [forma breve 6,5-22]; Sal 13; Gal 5,16-25; Lc 17,26-30.33