II Domenica di Pasqua

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

I ragazzi mi chiedono spesso che differenza ci sia tra la fede religiosa e una superstizione. Molti di loro vivono gesti o abitudini che sono piccole superstizioni e scaramanzie (chi ne è esente?) e considerano i riti cristiani come una forma sociale di superstizione collettiva.
Non è una domanda così sciocca. Cos’è in fondo una superstizione? Il tentativo di dominare o controllare una paura. Il futuro, con tutto ciò che può accadere, è sempre fonte di una certa ansia e paura, è sempre misterioso e incontrollato ai nostri occhi. La superstizione è credere che determinati gesti o comportamenti permettano di controllare meglio ciò che è incontrollabile. Non importa se siano reali o meno, se funzionino davvero, è una “fede” (si dice) che te li fa compiere. Così –si dice– è una “fede”, un “credo”, che ti fa credere in un Dio buono, in una vittoria sulla morte e così, similmente, noi cristiani compiremmo i nostri riti per sconfiggere la nostra paura.
Inoltre, la religione cristiana come la superstizione si sono spesso appoggiatati al senso di colpa. Se non compi il tuo rito scaramantico, come se non fai il tuo rito religioso (non vai a Messa, non preghi…) ti senti potenzialmente punibile, in colpa, in balia del caso. Dunque, concluderemmo che la nostra fede è una forma di superstizione?

Il racconto del Vangelo di oggi mostra però tutt’altro. Non c’è una fede cieca per qualcosa che non sai, ma c’è l’incontro con una persona che cambia i discepoli. L’incontro con una persona reale e fisica che loro identificano come proprio quel Gesù di Nazareth che conoscevano. Nulla che ti fa faccia andare bene le cose come vorresti tu.
I riti scaramantici ti proteggono da una paura ma non ti cambiano, non ti trasformano. Essi sono il rapporto con un gesto magico che non si capisce e non la relazione con una persona, con una storia. Qui abbiamo persone cambiate che –come dice la prima lettura– non possono fare a meno di parlare di Cristo. Abbiamo un Tommaso scettico che, dopo un incontro, professa tutta la sua pochezza e la sua fede. Abbiamo persone cambiate nella vita, come una scaramanzia non è capace di fare. Ma da cosa sono state cambiate nel profondo? Da cosa io posso essere cambiato nella vita? Cosa mi cambia davvero? L’incontro con delle persone: quelle relazioni dove io mi faccio conoscere all’altro e l’altro inizia a conoscere me, quelle relazioni dove io percepisco un bisogno, un affetto, un legame. E’ l’incontro con una donna, con un maestro, con un amico, quando esso diventa un incontro che mi mette in gioco.

Questo è il cristianesimo: incontro con persone nelle quali uno riconosce qualcosa di grande, riconosce l’impronta unica e inconfondibile di quell’uomo Gesù. Là dove riconosci persone afferrate da Dio, allora riconosci Cristo e dove, pur nella tua miseria, sai di essere stato afferrato e affascinato anche tu da Lui. E’ necessario ritornare a questo che significa ritornare alla Chiesa, alle amicizie nella loro verità.

Bisogna lasciarsi coinvolgere in un incontro, accettare di essere conosciuti e coinvolti in profondità e verità: nella tua parrocchia, con degli amici, in un movimento, con un prete amico, con alcune persone… Altrimenti siamo come Tommaso: sempre altrove nei momenti decisivi. Il momento decisivo è l’amicizia cristiana, il ritrovo dei dodici. Se sei disponibile a farti conoscere, allora scopri che il Signore entra anche a porte chiuse… Ma non si può venire a Messa pensando di portarsi via qualcosa senza accettare di essere coinvolti, senza pensare di dover poi conoscere qualcuno… A volte tra noi si ha l’impressione che si prende la Messa come fosse una scaramanzia, perché manca la disponibilità a un incontro reale. Ma se manca questo, non è più la cena del Signore, la memoria di Lui nella storia di un pane condiviso, ed è sì un rito magico dove il Signore non c’è. Se è così, come Tommaso, dobbiamo ancora aspettare di incontrarlo.