I domenica dopo Pentecoste

Gen 18,1-10a; Sal 104; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26

Nella mentalità comune la parola “amore” è quasi all’opposto della parola “comando”. Amore è un fatto totalmente libero, un sentimento che muove felicemente la vita. Al contrario i comandi, o i comandamenti sono –anche quelli giusti– qualcosa che non dipende dalla libertà degli uomini: sono un obbligo da compiere. Il “comando dell’amore” suona dunque oggi quasi come una contraddizione. E anche se l’amore fosse l’oggetto di un comandamento, verrebbe da chiedersi: come comandare, come obbligarci in qualcosa che non può che nascere da un atto libero?
Così suonano alcune obiezioni: “come potrei amare i miei nemici?” Come forzarmi a fare ciò che invece magari non sento come mio? Potrebbe uscirne un’immagine quasi ridicola del cristiano: come colui continuamente mosso dai rimorsi di non riuscire a amare chi dovrebbe per imposizione sa che “deve” amare.

Penso che il fraintendimento oggi si faccia molto sentire e vada ricompreso nella sua origine. Bisogna di nuovo capire come “amore” e “comando” non siano due idee una all’opposto dell’altra.
Non è difficile scalfire la retorica dell’amore come libero sentimento. Basta avere un figlio o un amico che è da aiutare per capire subito come il libero sentimento diventi presto un “vincolo” un legame dal quale non è facile scappare. Oggi è l’aspetto più difficile da accettare che impedisce che una semplice conoscenza diventi qualcosa di più. Si ha paura di un limite della nostra libertà futura, di un condizionamento nel domani, di un impegno. Eppure, se siamo adulti, sappiamo che non c’è amore o amicizia senza questo legame vincolante. Diceva lo scrittore C. S. Lewis che la parola “obbedienza” è una parola simile alla parola “amicizia”, non perché è necessario diventare schiavi l’uno dell’altro ma perché è necessario per essere amici seguire entrambi uno stesso sentiero, una stessa passione, essere fedeli a una meta comune.
L’amore mostra il suo carattere vincolante non solo quando dobbiamo donarlo a qualcuno ma anche e soprattutto quando dobbiamo riceverlo. Possiamo riceverlo a cuor leggere se veniamo amati per una delle nostre qualità, perché lo sentiamo come ricompensa di qualcosa che facciamo, ma se veniamo amati soltanto per quello che siamo? Questa è in realtà un’esperienza non facile perché chiede di uscire dal proprio narcisismo e dalla preoccupazione di sé, richiamando la nostra responsabilità che spesso non si mostra all’altezza delle aspettative che sente.

Anche la parola “comando” andrebbe ricompresa. Nel brano di vangelo di oggi è un evidente sinonimo della di “parola”. “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” e poi la stessa frase invertita “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”. Il comando è una “parola”, è un “ascolta”; tant’è che quelli che noi chiamiamo i “dieci comandamenti” sono in realtà chiamate le “dieci parole”. Non è solo una differenza linguistica. Prima che identificarsi con un dovere, il comando è la parola alla quale tu presti ascolto nella vita. Quale voce ascolti, a cosa presti attenzione, cosa segui di importante?
Paolo dice che da pagani “si servivano gli idoli muti”. Interessante: il comando non è un “dovere” che ciò che sempre si sta servendo, perché sempre serviamo qualcuno, abbiamo dei valori, presti ascolto a un ideale. Il problema è: quale? Quale idolo ascoltare? Il punto non è che si è trasgredito il comando per seguire la propria libertà, ma il punto è sempre di chi si è schiavi.

Dunque potremmo dire: “ascolta e impara ad amare”. Così il dittico appare più comprensibile perché si ama solo se ci si mette in ascolto di una verità. Come dice Giovanni: c’è uno spirito che ti permette di vedere e di ascoltare ciò che tu neanche saresti in grado di sentire. Così accade tra noi: solo chi davvero sa “vedere” e sa “ascoltare” il fratello nella sua verità, nel riconoscimento della sua assoluta dignità, allora si rende conto di poterlo anche liberamente amare.