Cristo Re

Is 49,1-7; Sal 21; Fil 2,5-11; Lc 23,36-43

Cosa intendiamo veramente quando diciamo: “quella persona è un bel tipo” oppure “ammiro quella persona”?
Penso sia impossibile che nella vita non abbiamo provato questo senso di ammirazione o di affetto verso qualcuno che stimiamo o al quale vogliamo bene. Ma cosa significa questo sentimento? Cosa stimiamo davvero?
Penso che questo sentimento significhi sempre due cose: che proprio quella persona “merita”, ma anche, allo stesso tempo, che quella persona segue qualcosa di grande, si è conformata a qualcosa di vero o di giusto. Se penso alla grandezza di una persona che reputo coraggiosa noto anche che questa persona ha seguito un ideale di coraggio che reputo giusto e buono. Perché in sé il coraggio non basta: potrebbe essere un ladro a essere coraggioso.

Faccio un esempio. Ho visto di recente su youtube un’intervista a Marcello Candia, un ricco industriale di Milano che ha venduto tutte le sue aziende per aiutare i poveri del Brasile. Malgrado Candia fosse un importante manager del tempo, mi sono reso conto che da queste interviste emergeva una assoluta semplicità e modestia. La stessa impressione che ho avuto ascoltando le registrazioni di un altro grande industriale cattolico che è stato Adriano Olivetti. Ma allora, cosa mi colpiva davvero di queste vite e di queste umanità? Non certo solo in sé il coraggio della scelta o la radicalità, ma l’umanità profonda che pura traspariva dalla telecamera. E cosa era affascinante di questa umanità? Penso il fatto che questo uomo era come “mosso da un ideale buono”, conforme a qualcosa che era certamente più grande di lui (come ne fosse al servizio), ma anche del quale lui era un segno.

Provate a pensare viceversa. Se qualcuno dicesse di voi: “siete persone ammirevoli”. Voi cosa direste in tutta onestà? Se non siete dei grandi superbi direste: “non è vero, ho fatto quello che ho potuto, non sono perfetto neanche io…”. Eppure sapete che quell’ammirazione è anche vera e forse può essere anche giusta. Ma non la attribuite mai tutta a voi stessi, se siete onesti, e dite: “ho imitato qualcuno” oppure “ho seguito un esempio buono”.

Pensate ancora a un’altra situazione: quando due fidanzati dicono di volersi bene. Uno dice all’altro “ti amo davvero”. Se siamo onesti, chi riceve questa frase dovrebbe fare un sobbalzo: “come è possibile che io che sono imperfetto vengo amato così, addirittura fino alla morte?”.
Ma cosa ama chi ama una persona? Io penso che ami quel cuore unico e indistruttibile, quella dignità profonda, che non dipende dagli errori dei quella persona, ma che è il segno del suo essere anche lui a “somiglianza di Dio”, cioè una dignità “inalienabile”. Tant’è che si può amare anche un delinquente, un ladro, un balordo.

S. Tommaso diceva che il bello è lo specchio del vero, ovvero che ogni volta che qualcosa davvero ci colpisce lo fa perché è “riflesso” di qualcosa di vero o di buono che lui stesso non possiede del tutto. Lui è solo segno. Questo significa dire -come si celebra oggi- che “Cristo è Signore dell’universo”. Significa che ci sono persone affascinanti che lo sono davvero perché non sono altro che il riflesso di Cristo. Sono affascinanti perché sono prese, afferrate, mosse, da quella giustizia e dalla vita autentica che per chi conosce la vicenda di Gesù non può che essere la stessa di Cristo. Per queste persone davvero “Dio regna” ovvero, avviene la “signoria di Dio”, come direbbe il Vangelo. Perché sono mosse da Cristo. E se noi oggi siamo qui in Chiesa è solo perché abbiamo incontrato persone così. Persone che ci hanno affascinato e che diciamo, nonostante quello che sono davvero (perché sono uomini), pure sono afferrate da qualcosa di grande e questo è proprio il segno di Cristo.

Noi viviamo in una cultura che è stata informata per duemila anni da queste persone e ci stiamo dimenticando che la loro grandezza non è da attribuirsi al loro eroismo o alla loro forza di volontà, ma al fatto che hanno seguito Cristo. Basterebbe andare un poco più lontano, dove Cristo non è mai stato predicato per accorgercene. Ho invitato questa settimana un uomo del Bangladesh (paese mussulmano e induista) convertito al cristianesimo da un missionario (solo perché affascinato dalla carità di questo uomo bianco). E’ un uomo che ora sta cercando di portare l’istruzione a tutta una classe di esclusi (i fuori casta, perché esistono le caste) che in Bangladesh non possono accedere alle esigenze base della vita. Un ragazzo di scuola gli chiedeva come fosse possibile questa discriminazione e come possa accadere che se si chiede a qualunque ricco bangladese di dare una mano ai poveri che vivono a pochi metri di distanza essi rispondono che è inutile perché i poveri sono nati destinati a questo. Come si ragiona così? chiedeva un ragazzo di scuola.
Per noi, informarti per duemila anni da un senso della carità cristiana, è semplicemente giusto aiutare chi ha bisogno (anche se poi non ci riusciamo). Eppure, ci dimentichiamo che questo non ci deriva da un cammino casuale dell’uomo occidentale, ma si deve all’esempio di tanti uomini nelle cui vite ha regnato davvero Cristo e tante volte in modo anche ben consapevole. Se però, ora che ci siamo emancipati, ci dimentichiamo del tutto di questo, ovvero di cosa era il riflesso la bellezza di quelle vite, ho l’impressione che torneremo presto a domandarci di nuovo se sia realmente giusto tutto ciò che ha costituito la grandezza della nostra cultura e umanità.