Saturday, 27 March 2010
Molte diverse letture, per davvero tutte interessanti, commentano questa particolare parabola. Che a mio avviso colpisce. Certamente mi ha colpito. L’unica cosa che ricordo del catechismo dell’infanzia è quando mi hanno raccontato questa parabola. Se l’ascoltassimo per la prima volta oggi, resteremmo colpiti. Peccato che ci siamo abbituati ad ascoltarla.
Comuque. Molti commenti: chi parla di un principio del piacere e un principio del dovere incarnati nei due fratelli, chi della centralità del padre ecc. ecc.
Tuttavia, un sospetto mi ha sempre lasciato un po’ di stupore: da un lato il carattere non moralistico della parabola, dall’altro l’epilogo sempre con un “indicativo morale” di tutti i commenti.
Questo contrasto mi ha sempre dato fastidio. Vorrei evitarlo. Lo faccio pensando che questa parabola parli in realtà della preghiera. Del mio modo di pregare. Non di ciò che faccio, ma del mio rapporto (anche intimo) con il Signore. Quel rappoto che si crea – volente o no – ogni volta che penso a lui, che mi metto davanti alla sua presenza, che nel mio lettuccio dico la mia piccola preghiera.
Sembra una cosa semplice pensare di essere amati da Dio. Invece non ci viene naturale di ritenersi sempre ai suoi occhi uomini che lui non cambierebbe con nulla al mondo, le sue perle preziose. Abbiamo bisogno di immagini, parabole, parole e certezze, per inizare a crederlo veramente. Qui mi viene in mente il figlio che non si sente più figlio o il figlio che pur restando nella casa è come se non fosse figlio. Sentirsi amati da Dio, custodidi nella nostre fibre più profonde, in ogni momento di sconforto o di semplice quotidianità. Fuori dal nostro narcisismo o dalla nostra depressione che cerca compensazioni ad ogni carenza affettiva. Pregare mettendosi davanti a questo sguardo amante di Dio, nella dignità di interlocutori amati.
Dignità di interlocutori amati. Per me pregare è questo: cercare e sentire la dignità di essere un interlocutore amato. Sempre. E fare l’esperienza di esserlo realmente ai suoi occhi e di chiedere che ogni uomo possa fare questa esperienza. E non perdere la fiducia di essere sempre figlio, di sentirmi sempre figlio; in qualsiasi situazione della vita siamo: sia a mangare carrube o a lavorare nella vigna del Signore. Nel deserto più arido delle difficoltà della vita come nei momenti di grazia.
Chiederlo per sé e chiederlo per gli altri. Questo mi insegna a sperare questa parabola.
Friday, 19 March 2010
Vorrei iniziare da una domanda volutamente troppo generica: di cosa parla la bibbia? Per provare a rispondere a questa domanda si può cercare la pretesa stessa del Libro: cosa vuole dire la bibbia?
Se prendiamo la prima e l’ultima pagina del testo dovremmo rimanere stupiti della vastità del suo orizzonte. L’inizio della bibbia conicide con la descrizione dell’inizio del tutto “In principio Dio creò il cielo e la terra” (bereshit barà elohim et aschannai veet aarez). La fine della Bibbia, almeno nella tradizione crisiana, analogamente è una invocazione della fine del tutto, alla apocalisse finale, “Vieni Signore Gesù” (erkou kurie Iesou). La pretesa della bibbia ha questo orizzonte temporale: da una origine a un compimento.
Tuttavia rimarremmo delusi se tra questi due estremi ci aspettessimo lo svolgimento di tutta la storia. Ci accorgeremmo non solo di molti salti temporali ma anche di ripetizioni, racconti che ricominciano la storia, racconti ambientati in momenti indefiniti della storia. Basti per esempio il libro delle cronache che ricomincia a parlare da Abramo, o l’ambientazione indefinita del libro di Giobbe.
La pretesa della Bibbia non è dunque narrare tutta la storia né solamente la storia di Israele.
Nasce allora la domanda se esiste realmente una pretesa del libro della (leggi tutto...)
Friday, 19 March 2010
Dt 6,4a; 26,5-11 Sal 104 (105) Rom 1,18-23a Gv 11,1-53
Un’immagine può aiutarci ad entrare nel racconto di questo Vangelo. E’ l’immagine insolita e improvvisa di un uomo che piange. Gesù – si dice – “si commosse profondamente” e poi “scoppiò in pianto”.
Se vi è capitato di vedere nella vostra vita – e non in televisione – un uomo adulto che piange, allora sapete che di fronte a un uomo che piange si capisce veramente qualcosa di quell’uomo e qualcosa della sua verità profonda che non troveremmo altrove. Perché accade questo: quando un uomo piange realmente non può mentire. E noi allora ci sentiamo a contatto con la verità dei suoi sentimenti in un modo che nessuna parola è capace di esprimere. Questo è il potere del pianto: o si finge di piangere oppure, se si piange realmente, ogni bugia e finzione vengono meno.
E in questo Vangelo si racconta che di fronte a Gesù che piange una persona dice “vedi come lo amava” e un’altra invece: “Egli non poteva far sì che Lazzaro non morisse?”.
Un’esperienza così vera e forte di un uomo che piange produce nei vicini due pensieri tanto diversi.
Anche Marta dice al Signore “se fossi stato qui mio fratello (leggi tutto...)
Saturday, 13 March 2010
Es 17,1-11 Sal 35 (36) 1Tess 5,1-11 Gv 9,1-38b
Vorrei soffermarmi solamente su una frase di questo vangelo.
Il racconto inizia da una domanda dei discepoli. Il testo dice: “Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono”. E noi dovremmo aspettarci che chiedano: “che cosa possiamo fare per questo uomo?” e invece i discepoli interrogano Gesù e dicono: “Chi ha peccato: lui o i suo genitori, perché nascesse cieco?”.
Prima di vedere la risposta del Signore sarebbe utile penetrare nel senso di questa domanda. Ci sebra una domanda sciocca e supestiziosa. Noi che abbiamo la scienza e sappiamo il perché di ongi diformazione, ci sentiamo ben superiori a questa domanda. Sappiamo che nessuno ha peccato.
Lo sappiamo eppure quello che sentiamo è spesso molto simile a quella domanda: chi ha colpa? Chi di noi non ha mai provato il fatto di sentirsi almeno un poco in colpa per il fatto anche banale di essere malato? Nasce in noi come uno strano sentimento quando – anche per un momento – ci trovaimo malati, forse di non poter fare quello che dovremmo, o di non averlo fatto. E’ evidente che non ne abbiamo colpa, eppure in fondo è un (leggi tutto...)
Saturday, 6 March 2010
Dt 6,4a;18,9-22; Sal 105(106); Rm 3,21-26; Gv 8,31-59
Forse questo vangelo si può comprendere meglio sullo sfondo della disussione delle prime comunità cristiane tra i convertiti provenienti dal giudaismo e quelli dal paganesimo. Tra la discendenza di Abramo e invece noi. Dobbiamo immaginare che questa questione occupa molte energie della prima chiesa. Quale merito possiedono in più gli ebrei dai cristiani? Il cristianesimo è una nuova religione? Perché i figli di Abramo non hanno – dice Gesù – tutto quello che serve per essere liberati dal peccato? E parte della difficoltà di questa pagine deriva dal fatto che Gesù parla a persone religiose e che conoscono bene le cose della loro religione.
Tuttavia questa non è oggi una discussione di nostro interesse. La storia ha dato la sua risposta facendo nascere il cristianesimo e non semplicemente una tra le tante sette del giudaismo. Gesù non è soltanto un rabbino che interpreta la Torà. A buona pace di Augias e dei suoi discepli. Questo vangelo ne è la riprova: Gesù non ha di sé questa precezione.
Ma dietro a questo scontro che forse ci interessa poco, c’è una questione più grossa che forse riguarda anche noi e la nostra pecezione del cristianesimo, il modo (leggi tutto...)
Friday, 19 February 2010
Gl 2,12b-18; Sal 102; 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11
È bello essere qui a celebrare con voi questa eucaristia e ascoltare queste parole.
Ci sono molte circostanze favorevoli in questa messa. E’ bello per l’occasione di essere qui in mezzo a voi nei momenti più importanti dell’anno. Dopo la messa di Natale, siamo insieme oggi all’inizio della quaresima. E’ bello perché siete proprio qui, che è anche la mia “casa” dove quest’anno vivo e trascorro molto del mio lavoro. E’ bello per la giornata che ci vede lavorare e riflettere insieme, non separatamente nelle nostre branche o nel nostri uffici o università, ma qui insieme.
Tante circostanze favorevoli.
Vorrei partire da questa lettura di Gioele perché penso ha da dire molte cose per la nostra vita. L’oracolo del profeta inizia con un versetto che è stato saltato ma che da il senso vero del suo discorso. Senza questo versetto il testo suona come un discorso generico e disincarnato sulla conversione.
L’inizio è: “ma anche ora… ritornate a me con tutto il cuore, con digiuno, pianto e costernazine”.
“Ma anche ora”, perché un attimo prima Gioele aveva descritto la situazione di cateastrofe. Per fare un paragone direi una situazione del tutto simile a quella che abbiamo visto ad (leggi tutto...)
Thursday, 4 February 2010
Dn 9,15-19 Sal 106 1Tim 1,12-17 Mc 2,13-17
Cosa pensiamo quando ci raccontano di un ragazzo che ha lasciato i suoi studi e mamma e papà, per entrare in Seminario? Cosa pensiamo di un ragazzo che diventa prete?
Oppure: cosa pensiamo di un ragazzo che rinuncia a un viaggio in America perché sente la responsabilità di andare in estate con in suoi ragazzi di catechismo in montagna?
Forse molti degli adulti che sono qui in Chiesa, di fronte a un ragazzo che entra in seminario, direbbero ai più piccoli: “ecco, guarda uno che ha ancora dei valori, che fa una scelta seria e ha la testa sulle spalle!”.
Forse è quello che pensano i vostri nonni che dicono: “ecco, un bravo ragazzo!”.
Ma cosa racconta il Vangelo? Chi è questo ragazzo di cui il Vangelo dice: «Gesù passando, vide Levi seduto al banco delle imposte e gli disse: “seguimi”» ? Chi è questo Levi? Uno devoto? Uno con ancora dei valori per il prossimo? Un ragazzo con la testa sulle spalle?
Un bravo ragazzo ma letteralmente a farsi gli affari propri. Perché, come ogni pubblicano, Levi riscuoteva le tasse per conto dei Romani ed era quindi contro la propria gente. E in più, non ricevendo alcuno (leggi tutto...)
Friday, 22 January 2010
Nm 13,1-2.17-27 Sal 104 (105) 2Cor 9,7-14 Mt 15,32-38
Non sarà scandaloso identificarci con la folla di questo Vangelo.
Il racconto – in verità – inizia proprio con la descrizione di questa folla:
Lo seguiva molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano
Poi inizia il racconto della moltiplicazione che abbiamo ascoltato.
Dunque, questa folla segue Gesù da tre giorni e non ha nulla da mangiare. Attira la compassione di Gesù.
Lo sguardo di Gesù conosce la nostra fatica, la nostra fame, i rischi del perderci. Conosce i ritmi faticosi della nostra vita, l’agenda piena di impegni. Conosce la fatica del nostro venire qui, del radunarci per ascoltare il vangelo; la fatica che facciamo per trovare il tempo per dire una preghiera quando arriviamo a sera, vincendo la nostra stanchezza.
E tuttavia, questa folla non ha fatto domande, non si è lamentata di questo con il Signore. Il Signore non moltiplica i pani per soddisfare una loro lamentela, per assecondare il brontolio di chi minaccia di tornarsene a (leggi tutto...)
Friday, 15 January 2010
Est 5,1-1c.2-5 Sal 44(45) Ef 1,3-14 Gv 2,1-11
C’è un modo particolare che Gesù usa per distinguere il bene dal male, il grano dalla pula. Un modo infallibile per mettere in luce le cattive idee che noi, come i farisei del suo tempo, abbiamo su Dio, su Gesù, sugli altri…
Questo modo è l’uso fulminante dell’ironia. E’ stato uno stile fondamentale di Gesù che ci ha risparmiato lunghi trattati teologici e ha saputo dire tutto con due battute. Uno stile effettivamente troppo dimenticato nella Chiesa ma che invece ci deve far dire che “fuori da questa ironia non c’è salvezza”. Fuori dall’ironia evangelica il mondo sarà anche “canonicamente” salvato ma ritorna a essere triste, grigio e inospitale…
L’ironia evangelica che dà salvezza, e che accompagna l’annuncio del Regno, è infallibile nel far venire alla luce la vera natura del dissenso. Perché gli smidollati o i farisei di sempre resistono a tutto, anche alla minaccia del castigo eterno, ma non sopportano quell’ironia. Possono resistere a lungo con il muso duro nelle loro idee su quello che è importante e non, sulla coerenza dell’uomo, sulla loro morale, ma si scompongono infallibilmente di fronte all’accenno dei loro stessi limiti o al non interesse di Dio. Appaiono (leggi tutto...)
Friday, 8 January 2010
Is 55,4-7 Sal 28(29) Ef 2,13-22 Lc 3,15-16.21-22
Non so quale immaginario o quali idee nascano in voi davanti alla scena del battesimo del Signore. Ho la sensazione che non ci sia un evento della vita del Signore che ci lasci tanto indifferenti e al quale non abbiamo nessuna immagine per noi. A volte diremmo il “momento dell’elezione”, ma subito capiamo che è debole l’immagine perché sappiamo che Gesù è Gesù fin dalla nascita… Né possiamo dire liberazione dai peccati…
E se per molte altre immagine abbiamo un significato immediato che le rendono comprensibili anche senza tutta la teologia (le tentazioni , Gesù che guarisce, i Re magi, la croce…) per il battesimo ho l’impressione di una certe freddezza, di un vuoto nel nostro immaginario.
Allora vorrei che provassimo ad associare a questa immersione di Gesù nel Giordano una parola semplice e profonda al tempo stesso che – a mio avviso – ne illumina il senso e offre un appiglio.
La parola è “solidarietà” e infatti non c’è un altro motivo per cui il Signore fu battezzato. Il racconto di Matteo dice appunto che Giovanni voleva rifiutarsi da battezzarlo, ma Gesù insiste per fare anche lui il cammino di tutti gli altri discepoli.
Lo so, (leggi tutto...)
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