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	<title>Riscritture</title>
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	<description>Blog nel giardino delle Scritture</description>
	<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 13:11:16 +0000</pubDate>
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		<title>Anno C – XIII domencia dopo Pentecoste</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 13:11:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[Ne 1,1-4; 2,18a Sal 84(83),2-8 Rm 15,25-33 Mt 21,10-16 
Mi perdonerete se – come sempre – non ripercorro tutto il vangelo, anche molto noto, o tutte le letture che abbiamo ascoltato ma provo a dare risonanza a uno dei tanti temi e provocazioni che questa parola ci offre. Sperando sempre siano pungenti e fastidiosi come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ne 1,1-4; 2,18a Sal 84(83),2-8 Rm 15,25-33 Mt 21,10-16 </strong></p>
<p>Mi perdonerete se – come sempre – non ripercorro tutto il vangelo, anche molto noto, o tutte le letture che abbiamo ascoltato ma provo a dare risonanza a uno dei tanti temi e provocazioni che questa parola ci offre. Sperando sempre siano pungenti e fastidiosi come i sassi nelle scarpe mentre camminiamo. Perché il Vangelo è così: è sempre lettera di provocazioni al nostro modi abituale e scontato di pensare la fede e la vita. Del resto accade così: la gente è presa da agitazione all’arrivo di Gesù a Gerusalemme. </p>
<p>Penso che i gesti e le parole di Gesù in questo Vangelo ci dicano qualcosa sul modo che abbiamo di pensare all’abitare di Dio.</p>
<p>Abitare è una esperienza umana fondamentale.<br />
Avere una casa, appartenere a una città, essere di una Chiesa, sono tutte forme dell’abitare. Abitare è il sibolo di un legame vitale.<br />
Chi abbandona la casa o la famiglia per vivere sulla strada, sa bene quanto si indebolisca proprio il legame vitale, quanto spesso ricerchi la morte.<br />
Abitare è condividere – nel bene e nel male – una forma di appartenenza senza la quale non possiamo realizzare nessuna forma di vita umana.<br />
Anche uno che se ne va a vivere da solo deve avere interiorizzato e assimilato bene l’abitare, dentro di noi. Un bambino da solo muore. L’essere umano diventa umano e grande solo se interiorizza queste parti dell’umano che solo l’abitare comunica.<br />
Se passano le vancanze insieme con i ragazzi, abitando in una casa in montagna, è proprio per questo. </p>
<p>Bene, penso che questo Vangelo abbia qualcosa da dire sull’abitare della Chiesa. Scacciare i mercanti e guarire i ciechi è molto di più che prendersela con la speculazione o fare delle azioni di bene. I cambiamonete e i venditori di colombe non erano tutta cattiva gente. Facevano il loro servizio al tempio. </p>
<p>Ma scacciare loro è invece affermare qualcosa di molto più grandioso: Dio abita ogni luogo che l’uomo può abitare. Questa è la pretesa di Dio. Se iniziate a pensare che Dio abiti luoghi diversi, separati, fossero anche le Chiese, ecco che qualcuno vi ci speculerà anche sopra. La Chiesa non deve neanche pensare di poter abitare luoghi separati dagli uomini. Trent’anni a Natzarete, e Dio è contento di abitare lì.<br />
Se ci sono posti dove abitano gli essere umani, lì è contento di abitare Dio.</p>
<p>E notate la finezza: luoghi di peccatori, di gente che non ha ville e palazzi. Anche lì Dio è contento di abitare. Fosse anche una catapecchia. Fosse anche gente che non ha nulla, Dio è contento ugualmente di abitare lì.<br />
Già, perché noi pensiamo che guarire ciechi e storpi significhi un’opera di medicina. Ma era questo: era pretendere che Dio abitasse anche tra gente che non solo era sfortunata ma considerata peccatore. </p>
<p>Io dico che la più bella testimonianza che noi possiamo dare ai nostri fratelli, non è annunciare ai quattro venti il Signore, ma avere l’umiltà di dire che ero peggio di un mercante imbroglione, che non avevo nessuna carta in regola, eppure persino a casa mia Dio ha trovato posto. Questa è la testimonianza più forte. Persino da me, che guarda ne avrei da raccontare sul mio conto… però so che Dio è contento di stare.</p>
<p>E invece, ogni volta che la Chiesa si separa dalla vita degli uomini, diventa realmente una spelonca di ladri, che speculano – io dico – sulla paura della gente e sulla paura di Dio. O sulle abitudini e sulle tradizioni vuote e supestizioso. E allora la Chiesa muore e il Signore si stanca di abitare. Non è vero che Dio è lontanto nei nostri luoghi, come il nostro pensiero ogni tanto sembra dire. E’ che noi ci siamo fatti un orticello e un giradino separato dalla vita e dagli altri, e allora il Signore si è stancato e – sembra dirci – ha preferito i bambini di periferia. </p>
<p>Non dobbiamo fare i difficili. Non dobbiamo essere nostalgici di un mondo dove la chiesa era uguale alla socità e tutti venivano a messa.<br />
Guardiamo Paolo: pochi discepoli e piccole comunità abitano luoghi immensi e vastissimi, tutte intente in altre religioni e altre cose… eppure parla come se ci fosse una vasta rete, come se tutti fossere cristiani. Laciamoci incuriosire dall’abitare di Gesù Trentanni a Nazaet in un posto da nulla.<br />
Impareremmo anche noi che abbiamo sempre da dire sulla crisi e da lamentarci sulla crisi della presenza cristiana e sui nostri figli.</p>
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		<title>Anno C - XII domenica dopo Pentecoste</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Aug 2010 10:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[2Re 25,1-17 Rm 2,1-10 Mt 23,37 - 24,2
Penso possa essere bello dare un logo alle parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo “Gerusalemme, Gerusalemme…”. La tradizione cristiana identifica questo luogo con uno dei posti più belli di Israele. Gerusalemme è una collina circondata su tre lati da montagne più alte, che formano quindi un fossato tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>2Re 25,1-17 Rm 2,1-10 Mt 23,37 - 24,2</p>
<p>Penso possa essere bello dare un logo alle parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo “Gerusalemme, Gerusalemme…”. La tradizione cristiana identifica questo luogo con uno dei posti più belli di Israele. Gerusalemme è una collina circondata su tre lati da montagne più alte, che formano quindi un fossato tutto attorno alla città. Mentre sul lato a nord Gerusalemme si ricongiunge cun un altopiano.<br />
Se quindi si arriva da sud verso Gerusalemme, si sale una montagna (grosso modo dove oggi sorge l’università – Ara Zofim) e si ha così una vista totale su Gerusalmme. Oggi vedremmo la bellissima cupola della moschea di Omar, mentre Gesù – non di meno – poteva vedere il maestoso tempio di Gerusalemme appena finito di costruire da Erodoto il Grande, considerato dallo storico antico Giuseppe Flavio tra le sette meraviglie del mondo. </p>
<p>Penso sia importante immaginarci questo discorsi di Gesù (la prima parte) in questo luogo, di fronte a Gerusalemme. Capiamo subito che non è un discorso teorico o preveggente. Non è la considerazione premeditata fatta da parte di uno che sa già tutto.<br />
Al contrario, è uno sguardo. Lo sguardo di chi guarda negli occhi un popolo che ama. Lo sguardo di chi guarda dall’alto una città che è una storia e che è la sua. Di chi è capace di gardare la sua storia di tre anni passati tra quella gente. E’ è uno sguardo commosso – di chi sa che da lì a poco non rivetrà più quei tetti e quei volti. Ed anzi, tutto quello che ora appare grandioso e festoso si tramuterà nel giro di poco in ostile e cattivo. </p>
<p>E dobbiamo sapere che in questo sguardo sulla sua storia, e sulla storia degli uomini che lo avevano seguito (e fossimo capaci anche noi di guardare la nostra storia così, con tanta passione): ci sono molte cose che Gesù stesso non sapeva e di cui si sorprende. E’ fondamentale capire quel grido di Gesù a partire dalla sua sorpresa. Possiamo dire che Dio stesso non si sarebbe immaginato la sua storia così. E ha dovuto anche lui imparare a scontrarsi con l’incredulità degli uomini. I discepoli si aspettavano, e forse se lo aspettava anche Gesù all’inizio (e ce lo aspettiamo anche noi) che dalle opere di bene nascano altre opere di bene, che dall’amore nasca l’amore. E invece serve tutta la forza di Dio per capire che nella propria vita anche l’amore genera anche risentimento. Nasce un profeta che annuncia la pace, e viene messo a tacere.</p>
<p>Questo è il lato duro della fede. Quello che fa della fede non la solita cosa dell’amore e del vogliamoci bene. Che la fede ha un suo lato duro da sopportare: che può generare odio.<br />
E Dio stesso si stupisce di questo fatto. Si stupisce non quando siamo cattivi o facciamo i nostri piccoli peccatucci con i nostri rimorsi. Si stupisce e trattiene il fiato incredulo, ogni volta che abbiamo il sospetto che il bene dato a un altro è un bene che stato tolto a me. Ogni volta che pensiamo che Dio, malgrado i suoi gesti di cura per noi, ci voglia sottrarre qualche cosa o che non ci abbia dato abbastanza.  </p>
<p>E invece Gesù per questo viene con tenerezza e con forza. E insenga tenerezza e forza. Forza perché non siamo sopraffatti dal sospetto che inquina ogni relazione di amore. Perché la tenerezza senza passione non è vera tenerezza, si affloscia ad ostacolo, cambia col cambiare del vento. L’amore ha bisogno di forza. E<br />
 Dio fa così: avete in mente come fa con i disepoli? Li ammonisce molte volte con forza perché imparino la sequela (“non avrete dove posare il capo”, “porterete la croce”, “dovrete perdonare tanto”…) perché tutto va via liscio sul cammino. Ma sul più bello ecco che la forza delle sue parole (anche queste di distruzione e di riprovero) mostra che erano dette solo per tenerezza e quando arrivano le guardie nel Getzemani dice “chi cercate?” in modo che prendano solo lui. </p>
<p>Mi sia permesso di concludere con una nota spirituale, che forse ci chiarisce sul modo di agire di Dio e sul senso di tutte queste distruzioni anninciate.<br />
Il segreto della vita spirituale, il segreto della storia di Israele, non sta nel fatto che a Israele tutto va bene, e tutto è perdonato come se nulla fosse (come molti discorsi nostri da sacrestia).<br />
Il segreto sta nella possibilità di ricominciare. Il segreto è il ricominciamento. Ricominicare dopo lo sterminio, ricominciara dopo un matrimonio fallito, dopo un figlio perso&#8230;<br />
Questo è il “non giudicare” di Paolo: sapere che a ognuno è data la possibilità di un ricominciamento.<br />
La possibilità di ricominciare, è la sintesi della tenerezza e della forza di Dio. Nell’inizio c’è spesso molta incoscienza e spensieratezza. Solo dopo che siamo stati costretti a ricominicare da capo, perché abbiamo perso tutto, con qualche ferita sul corpo, sperimentiamo l’assurdità di metterci al centro del mondo. Scopriamo – al modo di Abramo – che solo Dio può dire “Io”, “Anì”. Gesù stesso ce lo insegna con tuta la passione di Dio. Abbiamo una parola più bella di questa?</p>
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		<title>Anno C – X domenica dopo Pentecoste</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 23:28:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[1Re 3,5-15 Sal 71 (72) 1Cor 3,18-23 Lc 18,24b-30

Le affermazioni di Gesù iniziano davanti alla reazione di un uomo che diventa triste, anzi “profondamente triste”. Penso che noi diventiamo profondamente tristi quando siamo toccati nelle nostre certezze della vita.
Noi viviamo di piccole certezze nella vita. Sembra inevitabile. Certezze grazie alle quali tirare avanti, sentendosi un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1Re 3,5-15 Sal 71 (72) 1Cor 3,18-23 Lc 18,24b-30<br />
</strong><br />
Le affermazioni di Gesù iniziano davanti alla reazione di un uomo che diventa triste, anzi “profondamente triste”. Penso che noi diventiamo profondamente tristi quando siamo toccati nelle nostre certezze della vita.<br />
Noi viviamo di piccole certezze nella vita. Sembra inevitabile. Certezze grazie alle quali tirare avanti, sentendosi un po’ bene e rassicurati. Nel bene e nel male.<br />
Sembra inevitabile convincerci che stiamo andando sulla giusta strada, che quanto abbiamo fatto è bene. Convincerci che realmente noi abbiamo ragione (abbiamo tirato su una bella famiglia, una casa, un piccolo conticino in banca e ogni tanto siamo anche altruisti e generosi…) E convincerci, per non scalfire queste certezze, che quando sbagliamo lo facciamo solo perché ci siamo impegnati poco, ci siamo distratti.<br />
Ma sappiamo che non è così. Le nostre piccole certezze non arrivano mai a diventare sicure. E anche i nostri quattro soldi, in certi momenti, sotto la crisi, ci sembrano una certezza da nulla.<br />
E allora ci rivolgiamo al Signore. Molto ingenuamente – come questo giovane ricco – e gli chiediamo di non esserci sbagliati. E spesso accade proprio a noi che veniamo a Messa che ormai ci siamo conviti che il Signore ci rassicuri sempre nelle nostre piccole certezze e che solo resti da impegnarsi di più.<br />
Ma molto ingenuamente lo chiediamo al Signore. Molto ingenuamente il giovane ricco chiede al Signore “maestro dammi la certezza di essere sulla retta via e che la mia sensazione di instabilità e di errore nasca solo dal mio poco impegno e da un dubbio reale…”.<br />
E ancora più ingenuamente gli chiediamo questa certezza quando pensiamo di essere bravi cristiani perché siamo impegnati in parrocchia, perché adempiamo al precetto, perché diventiamo preti, perché ci sposiamo in chiesa e insegniamo ai figli l’educazione…<br />
E gli chiediamo la nostra piccola certezza di stare facendo del bene, di essere nel giusto. Di non avere sbagliato tutto. Di nuovo di confermare il nostro piccolo tesoro di azioni buone, di piccole certezze.</p>
<p>Ma se ascoltiamo il Vangelo, la risposta ci dovrebbe rendere tristi, come per questo giovane ricco.<br />
Perché il Signore a noi che insegniamo le piccole certezze, risponde: vuoi la certezza di essere nel giusto? Vedi tutti questi? Non hanno nulla di quello che hai tu. Sono così poveri che non hanno nulla da sperare e niente da perdere. Non si azzardano a definire ciò che è giusto e non si vantano di esserlo. Chiedono solo di essere guariti, di essere guardati con compassione e di avere il loro pane quotidiano. Predi la tua roba (soldi o piccole azioni) e dalla a loro e nulla ti farà più paura, neanche la morte.<br />
Se cerchiamo conferme alle piccole certezza di cui viviamo, ai nostri piccoli tesori, è già perché non ci fidiamo di Lui. Se cerchiamo la conferma di quanto siamo e di quanto abbiamo perché non sappiamo che “solo Dio decide ciò che è possibile e impossibile” e che la nostra intelligenza è “stoltezza agli occhi di Dio”.<br />
Se cerchiamo certezze di nostri piccoli tesori di opere buone o di soldi in banca, resteremo profondamente delusi.<br />
Chi entrerà nel Regno è un bene che non si può possedere, ma si può invece imparare a desiderarle, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Perché quello che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Se sinceramente lo desideriamo, se è alla sua bontà alla quale ci affidiamo realmente, allora già lo abbiamo trovato. Perché attendiamo solamente di sapere che puoi lasciare a Dio il compito di colmare il nostro desiderio di vita eterna.<br />
Davvero senza sapere risposta gli chiederemo “Signore che accadrà di noi?”. E attenderemo da lui. Imparando solo a desiderare e a sperare.<br />
Ti vuoi fidare di Dio? Ti vuoi consegnare al padre come fa Gesù, seguendo la strada severa e spensierata dello sciallo di ogni ricchezza che ti divide dal tuo fratello del quale Dio si prende cura? Se ti puoi fidare la domanda ha avuto risposta.<br />
Se invece non ti puoi fidare, fai pure altre diecimila volte la domanda e la risposta non verrà. Dedicati tranquillo alla ricerca di come guadagnare di più e lascia perdere le certezze e  la vita eterna. Perché, con buona pace di molti, non possiamo obbedire al comandamento di Dio e all’indice di Borsa insieme, per assicuraci due vite. </p>
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		<title>Anno C - VIII Domenica dopo Pentecoste</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jul 2010 13:23:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[1Sam ,1-22a Sal 88 (89) 1Tim 2,1-8 Mt 22,15-22
Tanto più un racconto o una frase di Gesù sono diventati famosi, quanto più è facile che essi siano stati travisati e abusati, perdendone il significato originario.
E’ importante allora che ci interroghiamo sul loro senso originario: cosa ha detto e cosa è accaduto a Gesù.
La prima osservazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1Sam ,1-22a Sal 88 (89) 1Tim 2,1-8 Mt 22,15-22</strong></p>
<p>Tanto più un racconto o una frase di Gesù sono diventati famosi, quanto più è facile che essi siano stati travisati e abusati, perdendone il significato originario.<br />
E’ importante allora che ci interroghiamo sul loro senso originario: cosa ha detto e cosa è accaduto a Gesù.<br />
La prima osservazione che facciamo è che gli interlocutori di Gesù cercano un tranello. Questo sarà importante per capire la risposta di Gesù. Perché quanto Gesù afferma dipende dall’intenzione di chi chiede. Gesù potrebbe anche non voler rispondere a tutte le nostre domande e a tutte le cose che noi vorremmo sapere.<br />
La domanda è cotruita in modo tale che qualsiasi risposta dia Gesù, lui si troverebbe in errore. Se risponde che è lecito il tributo a Cesere verrebbe accusato dal popolo oppresso dai romani. Se risponde che è illecito sarebbe denunciato dai romani.<br />
Cosa accade allora? Accade che Gesù mostra che i suoi interlocutori con la scusa di quella domanda mostrano di essere in errore. Perché fuori dal tempio, sulle gradinate, stavano apposta dei cambiavalute, devoti ebrei che permettevano di cambiare i soldi per non entrare nel tempio con immagini pagane. Gli interlocutori di Gesù hanno loro stessi in tasca dei sodi romani e non hanno osservato quella norma. Rendete a Cesare, significa allora non entrate nel tempio con i soldi di cesare. Resti fuori di qui chi porta qui dentro il mondo di Cesare.<br />
La fede non accetta compromessi. La logica di Dio non è la logica di cesare.<br />
La comunità dei cristiani deve essere lo spazio dove accade la logica di Dio, e resta fuori la logica di Cesare.<br />
La logica di cesare è la logica dei propri diritti e della propietà personale. La logica di Dio è la logica della condivisione. La logica di Cesare è qualla del dominio, quella di Dio è la logica del servizio. Tra i due mondi non è dato nessun punto di compromesso.<br />
La logica di Cesare ti fa credere che il massimo si ottiene nella realizzazione dei propri impulsi e nella ottimizzazione delle propria gratigficazione – a bassa prezzo. La logica di Dio è disposta a dare la propria vita per un altro.<br />
Da Cesare ogni monata ha un prezzo di ingiustiazia, ma non importa alla logica di cesare, importa che il suo prezzo sia nascosto agli occhi di chi li utilizzi.<br />
Non è una cosa nuova per Israle. Anche la manna e la regalità, non erano proprio il fidarsi della logica di Dio. Sarà una utopia che lo spazio della comunità dei credenti viva di una logica diversa da quella del mondo, da quella di Cesare?<br />
Forse, ma questo ci dice il Signore. E si viene a messa per realizzare questa logica, non per prendere qualche cosa, ma per donare le cose migliori di noi, fosse anche la nostra sola presenza.<br />
E chi non si fida di questa logica è inutile che faccia domande al Signore perché lui non rispode. E accadrà invece che ci scopriremo già in errore, con le tasche piene di monete dove non dovremmo.  </p>
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		<title>Anno C – Venerdì 18 giungio 1010 – Messa decanale</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 10:06:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[Nm 33,50-54 Sal 104 Lc 6,20a.36-38
Riguardo al vangelo che abbiamo ascoltato vorrei dare una sensazione, una considerazione e una applicazione.
La sensazione è quella di un certo imbarazzo che provo ogni volta che devo provare a spiegare questa parola.
L’imbarazzo nasce dal fatto che ho l’impressione che il mio interlocutore consideri questa parola fin troppo chiara (chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nm 33,50-54 Sal 104 Lc 6,20a.36-38</strong></p>
<p>Riguardo al vangelo che abbiamo ascoltato vorrei dare una sensazione, una considerazione e una applicazione.</p>
<p>La sensazione è quella di un certo imbarazzo che provo ogni volta che devo provare a spiegare questa parola.<br />
L’imbarazzo nasce dal fatto che ho l’impressione che il mio interlocutore consideri questa parola fin troppo chiara (chi non capisce “perdonate e sarete perdonati”? – ci sarebbe qualche cosa da spiegare?) e dunque sia poco disposto a mettere in discussione ciò che lui effettivamente pensa, attendendosi da me solamente qualche esempio morale o qualche esortazione a un impegno per una messa in pratica.<br />
E tuttavia è anche fin troppo chiaro che nella mentalità della maggior parte dei cristiani questa parola è diventata molto retorica. Nello schema più condiviso è incapace di generare reali crisi (quelle del vangelo…) e per questo suona insipida. Così ha contribuito alla più insopportabile immagine del cristianesimo moderno: “quello di uomini dolci, dal sorriso d’angelo, che non si arrabbiano mai, che tutto sopportano infinitamente… e che in definitiva non hanno mai nulla da dire.”<br />
Mi diceva una volta un ragazzo: “don non vengo più a messa, tanto per sentirmi sempre dire che dobbiamo sempre perdonarci e amarci…”<br />
Segno forse che qualche spirito forte del cristianesimo si è perduto, come forse anche il senso di queste parole evangeliche.</p>
<p>Il senso di questo imbarazzo è tutto scritto sulla fronte delle generazioni più piccole. Il nostro bambino frequenta il catechismo e – gli viene spiegato – che dal principio dell’amore evangelico scaturisce il dovere di essere accogliente con tutti, di spendere la propria vita per gli altri, di non giudicare, di perdonare, di non reagire alle offese ricevute e via dicendo.<br />
Finita la lezione, prima che egli affronti il cammino verso casa, noi lo soffochiamo di raccomandazioni e gli spieghiamo che “non deve dar retta a nessuno” perché ognuno è potenzialmente un aggressore. Che non deve fidarsi di coloro che gli offrono doni, che deve stare attento a non farsi prendere le cose, che deve farsi rispettare dai compagni e che non deve cercare di restare indietro agli altri per non far fare brutta figura anche ai genitori.<br />
Con questa serie di istruzioni il nostro bambino viene avvertito che l’altro deve essere da subito giudicato perché è potenzialmente infido e violento e che spesso è necessario essere simulatori e aggressori – non per fare del male – ma per proteggere cose e persone che ci stanno a cuore.<br />
E che la mitezza e l’arrendevolezza sono spesso un incoraggiamento al sopruso e alla cattiveria. Perché – nella società e nel mondo – il conflitto è in realtà uno dei modi, persino inevitabili, per dire il bene.</p>
<p>Ecco la considerazione: la rimozione dei simboli del conflitto dentro il quale la cura deve esercitarsi è una ingenuità pericolosa che nasce solo dal fraintendimento di questa parola evangelica. Questo vangelo non si iscrive tra le regole sociali e non è la norma di una società idealmente giusta. L’edificazione storica di una civilità dell’amore di Dio, secondo la parola di Dio, è impossibile e persino pericolosa. E oltretutto, nella attuale società che vive sulla ricerca del “sé”, “sull’autorealizzazione”, la retorica del “perdono” e della “misericordia” sarà sempre una parola detta nel momento che è “da ricevere” e non da “dare”. Perché per chi ha come modello ultimo la sua realizzazione, è solo in chiave di compensazione che poi pratica l’alta retorica dell’ “ascolto dell’altro”, del “rispetto dell’altro” ecc. “Date e vi sarà dato” viene irrimediabilmente distorno da chi è un tantino intelligente dicendo: “inizio a ricevere e poi vediamo”…</p>
<p>E invece, per quello che è realmente, questa parola deve illuminare quella cattiva coscienza – quella ristretta misura – con la quale l’uomo esercita sempre la sua gustizia. Incapace di onorare l’altro per quello che è realmente, mai innocente nella sua lotta contro l’ingiustizia (chi è senza peccato?). Come incapace di edificare società se non su una quota calcolata di prevaricazione.<br />
“Non giudicare” è allora il divieto di frequentare l’Eden, impossessandosi del principio del bene e del male indipendentemente dalla storia realmente vissuta. Evitarci il dominio che ci illude di poterci sostituire a Dio nei confronti dell’altro uomo. Perché il nostro modo di intendere la giustiza e la cura non è mai assoluto (violento o non violento che sia). </p>
<p>Mi sia permesso allora di conlcudere con un esempio. In questi anni di Seminario – dove la vita di comunità è stretta – ho imparato che la cosa peggiore non è “farsi un giudizio sul fratello che ci stà accanto” (sarebbe ipocrita se no ce ne facessimo uno) quanto la “fissazzione perenne e puramente retorica” di questo giudizio. Non c’è cosa più triste costatare che le parole che abbiamo da dire su un nostro confratello o compagno sono le stesse che avevamo il primo giorno che l’abbiamo conosciuto. E magari quando ci si rivede dopo un anni ritornano ancora le stesse etichette, e battute, puramente di circostanza, date la prima volta.<br />
Dico che contro questa assolutizzazione dei giudizio forse dobbiamo batterci con più vigore (e più violenza), anzitutto in noi stessi e anche in quella sana correzione fraterna. Il vangelo di oggi sarebbe onorato.</p>
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		<title>Anno C – II domenica dopo Pentecoste</title>
		<link>http://riscritture.com/?p=228</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 11:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[Sir 18,1-2a. 4-9a. 10-13 Sal 135 (136),1-9 Rm 8,18-25 Mt 6,25-33
La pagina di Vangelo di oggi, e in parte anche le altre letture, ci chiedono di meditare sul tema – davvero molto attuale – dell’ansia: l’ansia che nasce dalla precarietà del nostro futuro, dall’incertezze sulle nostre qualità, dalla fragilità dei nostri affetti.
Per gli esperti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sir 18,1-2a. 4-9a. 10-13 Sal 135 (136),1-9 Rm 8,18-25 Mt 6,25-33</strong></p>
<p>La pagina di Vangelo di oggi, e in parte anche le altre letture, ci chiedono di meditare sul tema – davvero molto attuale – dell’ansia: l’ansia che nasce dalla precarietà del nostro futuro, dall’incertezze sulle nostre qualità, dalla fragilità dei nostri affetti.<br />
Per gli esperti di economia e di marketing l’ansia è una fonte inesauribile di profitti. Perché, di fatto, la promessa di ridurre o eliminare tale ansia è l’offerta più seducente e largamente ricercata che muove il mercato dei commerci e la richiesta di prodotti di consumo. Affinché il commercio non si spenga, e la società dei consumi trovi sempre consumatori, è fondamentale che tale ansia sia sostenuta e costantemente ravvivata. Al contrario, un uomo che non si preoccupa del vestito di domani, non fa circolare abbastanza l’economia del mondo. E’ l’opposto di quanto falsamente promette la società del benessere: il mercato si alimenta e vive dell’ansia che riesce ad evocare.<br />
Le forme più patologiche si chiamano oggi “shopping compulsivo”, ma sono solo il caso più manifesto – che purtroppo colpisce i più deboli – di un meccanismo che ci riguarda tutti e per il quale sembra davvero che possiamo fare poco. Ma almeno sappiamolo: l’ansia che increspa le nostre giornate non la spegne l’appagato del nostro desiderio continuamente stimolato, al contrario.<br />
Qui allora sarà bene porre un domanda, almeno ai nostri ragazzi. Non sarà che l’abbandono della dimensione del dono (o la retorica del dono) a vantaggio di una logica produttiva (che è ciò che insegnamo: ho quello che mi guadagno…), abbia come nascosto svantaggio di aver appesantito noi uomini di una ansia sottile e non oscurabile, di una insicurezza latente, di una forma di incertezza.<br />
Come a dire: se ci si fa da soli, con le proprie braccia, saremo realmente capaci di procurarci sempre ogni giorno, non solo del cibo di cui vivono gli uccelli del cielo, ma anche ogni cosa che il nostro mondo ci impone di dover desiderare?<br />
In altri termini: non è che ci siamo costretti in uno sforzo titanico a dovercela fare ad appagare ogni desiderio che la società ci produce? Suggerendo – come fa il serpente cattivo – che in fondo: se vuoi tu puoi tutto?<br />
Di fronte a questo, la parola del vangelo appare davvero una liberazione. Io penso l’unica liberazione possibile.<br />
I ragazzi a scuola non sanno più come gestire l’ansia che le generazioni più vecchie (fatte da sé) impongono. E qui -davvero- più ci si è fatti da sé, più il carico per le nuove generazione appare insopportabile. Si fumano gli spinelli a scuola non per un volere di trasgressione, ma perché l’ansia di essere all’altezza è diventata una cosa che non si sa più gestire. E lo stesso mostrarci insicuri è già visto dai più grandi come il segno di un fallimento, come uno smacco. E sono ansiosi, non solo per il travaglio che ogni adolescente deve attraversare (lo ricorda la lettera ai Romani) ma per il fatto che si sentono fragili e  squalificati se non vengono subito coccolati e rincuorati…<br />
Perché il non reggere il peso che ci impone questa logica del mondo è una affermazione che non si può mostrare&#8230; le mamme vanno in agitazione.<br />
E qui nasce un paradosso molto attuale. Perché i cuori si appesantiscono, l’ansia non si gestisce, non per qualsiasi passione o preoccupazione della vita, ma quando la vita diventa troppo leggera. Già, l’ansia per il domani, non è una forma di responsabilità per il nostro futuro (ce ne fossero di persone così…) o di passione per un progetto ma una forma di irresponsabilità e alleggerimento dell’oggi.<br />
E’ come se Gesù dicesse: a continuare a preoccuparsi del vestito e del mangiare è come preoccuparsi di una cosa che è in sé troppo leggera e non regge il peso della vita. L’eccesso di sottrazione dei pesi genera più ansia che la reale preoccupazione per il Regno.<br />
Perché l’uomo per qualcosa deve preoccuparsi. Se non ci si preoccupa di nulla, come fanno in molti, il domani resterà comunque incerto e si diventerà ansiosi per i vestiti e le creme e la scuola giusta di inglese…<br />
E invece, dice Gesù, di altro ci dobbiamo preoccupare. E questo altro è chiamato il Regno di Dio.<br />
Penso che potremmo tradurre questa immagine del Regno con l’espressione: le opere dell’amore e della amicizia. Non solo l’amore, che sembra una cosa romantica e leggera. Ma le opere dell’amore e della amicizia. Perché l’amore ha bisogno di responsabilità, di pensieri, energie, vocazioni…<br />
Se ci si occupa delle opere dell’amore e della amicizia l’ansia del proprio vestito svanisce e con questa anche quella morsa di narcisismo angosciato che stritola i nostri ragazzi, sempre più cresciuti abituati a doversi continuamente guardare allo specchio delle loro capacità. Non c’è altra soluzione per questo. O ci si occupa di altri e si porta il peso di altri o si rimarrà schiavi del proprio preoccuparsi di sé.<br />
Il narcisismo genera uomini incapaci di sostenere i pesi reali della vita (gli amori), uomini che sposano donne che sono la fotocopia della loro madre e figli che vogliono pupazzi dei loro desideri.<br />
Se invece insegnassimo (fuori dalla retorica) che non ci si fa da sé e anche il pane di ogni giorno e lo straccio che abbiamo addosso non è veramente il frutto delle nostre braccia che ci siamo meritati (perché se fosse per questo…) ma lo abbiamo ricevuto dalle opere dell’amore e della amicizia (dal Regno) e siamo chiamati a fare altrettanto… allora capiremmo che davvero si è ricchi quando si è capaci di donare, e per tutto il resto il Signore già ci ha dato molto, più dei gigli nel campo.<br />
E agli occhi di Dio è già bellissimo il nostro abito e il nostro cibo se sapremo – rompendo in nostri specchi – usarli per qualcun altro. Romperemmo così realmente anche un pezzo dell’ansia che segretamente ci opprime.</p>
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		<title>Anno C - Santissima Trinità</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 21:02:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[Gen 18,1-10a Sal 104 (105) 1Cor 12,2-6 Gv 14,21-26

Ci sono due parole in questa Eucaristia che vorrei considerare e mettere in relazione.
- La prima l&#8217;abbiamo ascoltata diverse volte nel Vangelo. E&#8217; la parola dell&#8217;amore cristiano. Dice Gesù in questo Vangelo: “chi mi ama sarà amato dal Padre”, “se uno mi ama il Padre mio lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gen 18,1-10a Sal 104 (105) 1Cor 12,2-6 Gv 14,21-26<br />
</strong><br />
Ci sono due parole in questa Eucaristia che vorrei considerare e mettere in relazione.<br />
- La prima l&#8217;abbiamo ascoltata diverse volte nel Vangelo. E&#8217; la parola dell&#8217;amore cristiano. Dice Gesù in questo Vangelo: “chi mi ama sarà amato dal Padre”, “se uno mi ama il Padre mio lo amerà”, “chi non mi ama non osserva le mie parole” ecc.<br />
- La seconda parola è invece presa dalla Solennità di oggi ed è la parola “Trinità”.<br />
Sono due parole che – se ci pensate – hanno avuto esiti e storie diametralmente opposte, malgrado la loro innegabile vicinanza. </p>
<p>Per la parola “amore” abbiamo la sensazione che si tratti di una cosa nota in sé e per sé. “Amare e essere amati” è l&#8217;esperienza alla quale ogni uomo è chiamato, e non vorremmo aggiungere altro. Esperienza che – pur introducendo infinite differenze (“amore gratuito” “carità cristiana”, “amore narcisistico”) – gode di un significato vasto e universalmente riconosciuto.<br />
E tuttavia, forse proprio per questo motivo, parlare di amore oggi sembra usare una parola ormai vuota e incapace di dire qualcosa di nuovo che ci tocchi realmente.<br />
Mi diceva un ragazzo: “don, non vengo più a messa perché tanto so che alla fine voi dite sempre la stessa cosa e cioè: che dobbiamo perdonare e volerci bene. E io per sentire questa parola dell&#8217;amore non ho bisogno di venire a Messa”. Questo è l&#8217;esito dell&#8217;abuso del nostro linguaggio sull&#8217;amore e noi tutti dovremmo morderci la lingua ogni volta che ci viene da usare questa parola per dire una sintesi del messaggio cristiano. </p>
<p>Al contrario la storia della parola “trinità”. Parola teologica difficile, per non dire incomprensibile nel suo referente diretto – con tutte le questioni dell&#8217;uno e del tre, e del loro rapporto – meglio non chiedere nemmeno.<br />
Parola tecnica inutilizzata. Parola che in ultima analisi riguarderebbe una certa immagine cristiana di Dio – quindi neanche indispensabile per vivere. E – da aggiungere – immagine certamente fastidiosa per le persone aperte al dialogo interreligioso.<br />
Resiste nei catechismi – perché proprio non la si può eliminare (ma tanto si sa, i bambini sopportano di tutto quando sono costretti) – e il suo contenuto viene spesso “aggiornato” dalle quelle povere catechiste che non sanno più come raccontarla (e come tener fermi i ragazzi sempre più irrequieti). Aggiornato con immagini che sembrano più comprensibili e appetibili: “la comunità perfetta”, “la famiglia più riuscita”, “la forma dell&#8217;amore vero” ecc. ecc.<br />
Chi invece ha la fortuna di non fare il catechista può avere definitivamente rinunciato a farsi la domanda. Non sostenendo nulla o sostenendo magari che la trinità “non si deve capire” e basta. Oppure sostenendo che è una invenzione dei preti che – si sa – ci chiedono soldi e poi ci imbrogliano le carte. </p>
<p>Ma il problema è proprio quello che non “riusciamo a dire la Trinità”? Il problema è che non capiamo bene questa nuova immagine di un Dio “uno e trino”?<br />
Sarà&#8230; ma Gesù non sembra interessato a questo. Il Vangelo non sembra interessato a spiegare una nuova immagine di questo Dio “uno e trino”. E dunque forse ci dovrebbe venire il sospetto che anche la Trinità non parli di questo.<br />
Ciò di cui parla la Trinità, ciò di cui parla Gesù in questo Vangelo, non è una nuova “idea di Dio” che ci dobbiamo immaginare, ma un nuovo modo di “rimanere in relazione con lui”. Più che una nuova rappresentazione di Dio, la fede trinitaria è un nuovo contatto con il divino, che Dio stesso realizza con noi incontrandoci in Gesù Cristo. </p>
<p>Posso confidare senza vergogna che non sono mai stato folgorato da nuove immagini di Dio. La questione non è se nasce in me l&#8217;idea di un Dio più monolitico o più dinamico. Se mi convincono che è meglio il dio semplice dell&#8217;islam che è sempre uno oppure questo Dio che non si capisce bene è uno e tre.</p>
<p>La questione è invece che nel cristianesimo “Dio prende dimora presso di noi, se ci ricordiamo di Gesù e delle sue parole”, come abbiamo ascoltato nel Vagelo. E dovrebbe stupirci.<br />
E ci ricodiamo delle parole di Gesù soltanto se è in noi lo Spirito.<br />
Detto in altri termini: il Vangelo dice che  io non so chi sia Gesù – e letteralmente non so neanche raccontare cosa ha fatto realmente, cosa storicamente posso essere certo che abbia detto e fatto – se non ho la fede della Chiesa, se non passo attraverso “lo Spirito” di Gesù, che me lo fa credere non come me lo immagino io o se lo immagina uno storico (un pio giudeo del tempo, un uomo molto saggio e buono, uno filosofo cinico), ma come è realmente. Ecco perché chi cerca Gesù nei libri di Augias non lo troverà mai e anche chi legge i libri del papa, ma senza lo Spirito di Gesù non capisce nulla. Al massimo proietterà su Gesù qualche valore borgese della solidarietà e dell’altruismo che gli è stato insegnato.</p>
<p>Ma quando ci ricordiamo di Gesù nello Spirito – dice il Vangelo di oggi – il Padre dimora in noi.<br />
E questo significa che incontriamo Gesù come è realmente, soltanto nel luogo dove noi incontriamo noi stessi come siamo realmente, dove noi siamo realmente noi stessi oltre i nostri piccoli progetti (io sono quell’uomo che per 20 anni ha fatto l’impiegato e ha sognato una casetta… – no io sono di più di questo!) e dove scopriamo la radice del nostro desiderio. Non a caso Dante quando nell&#8217;ultimo Canto, nell&#8217;estasi, vede Dio, scopre anche il suo vero volto di uomo.</p>
<p>Dunque – bisogna ricordarcelo – ai preti bisogna dire grazie non quando ci costruiscono gli oratori nuovi, ma quando confidando nello Spirito (che esiste) azzardano a raccontarci di quel Gesù che è vissuto in Palestina e così facendo scopriamo cose di noi uomini che neanche pensavamo di poter desiderare.<br />
Mi disse una volta una Signora dopo una cena: “sa don, dopo anni di matrimonio ora mi accorgo che nella mia vita non pensavo neanche di poter desiderare tanto mio marito, malgrado tutto quello che mi ha fatto passare.”</p>
<p>Se non rimango nella Parola Gesù non conoscerò mai cosa sono realmente capace di desiderare. Guardando a Gesù scopro che un uomo può desiderare la vita ben oltre tutte le malattie che deve sopportare. Può desiderarla ancora e non credeva di esserene capace. “Eppure per me, signora Carla, questa ragazzo resta un uomo anche se è da dieci anni in un letto senza parlare”.<br />
Gesù non mi insegna dei valori, mi insegna a desiderare come desidera Dio.<br />
La fede trinitaria è poter desiderare come desidera Dio. Poter amare come ama Dio.<br />
Di più: la fede trinitaria è desiderare con il desiderio di Dio, amare con l’amore di Dio, conoscere come Dio stesso conosce. </p>
<p>Per capire questo serve un cammino lungo, a volte più lungo di quanto la nostra pazienza di camminare ci permette. È più a buon mercato continuare ad abusare della parola “amore” e dimenticarci della parola Trinità. Certamente più a buon mercato, ma di una soddisfazione infinitamente minore.   </p>
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		<title>Anno C – VI domenica di Pasqua</title>
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		<pubDate>Sat, 08 May 2010 18:47:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Lezioni]]></category>

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		<description><![CDATA[At 21,40b – 22,22 Sal 66 (67) Eb 7,17-26 Gv 16,12-22
Penso sia una bella coincidenza la presenza di questo vangelo con il gesto della consegna del credo ai ragazzi. Se avete ascoltato il vangelo parlava di uno “Spirito della Verità che vi guiderà nella Verità tutta intera”.
- Un mio amico traduceva questa frase con una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>At 21,40b – 22,22 Sal 66 (67) Eb 7,17-26 Gv 16,12-22</strong></p>
<p>Penso sia una bella coincidenza la presenza di questo vangelo con il gesto della consegna del credo ai ragazzi. Se avete ascoltato il vangelo parlava di uno “Spirito della Verità che vi guiderà nella Verità tutta intera”.<br />
- Un mio amico traduceva questa frase con una immagine molto bella: è come quando ci capita un evento importante – che è così importante e siamo così emozionati e distratti che quando siamo lì non sappiamo bene cosa ci stà capitato. Come quando, per esempio, abbiamo fatto la prima comunione che era una messa tanto importante - e tante aspettative e c’era il fotografo e i parenti - che non vi siete acordi di quello che si sta vivendo. E soltanto se abbiamo la pazienza di tornare su quello che abbiamo detto e fatto e promesso allora capiamo cosa è iniziato realmente. E proprio gli eventi più importanti e preziosi della nostra vita sono quelli più vengono rovinati da questo. Tutta una aspettativa e poi ci passano via senza che nel momento ci siamo resi conto di nulla. (Detto tra parentesi: quanto accade per i momenti più imporanti e anche per i luoghi più importanti. Basterebbe andare in Terra Santa per rendersi conto di come sia impossibile pregare nei luoghi più imporanti di Gesù).<br />
- L’evento di Gesù è stato una cosa così importante che anche quelli che l’avevano a un palmo di naso non si sono accorti di quello che stavano vivendo. Per questo Gesù dice ai discepoli che sarà dato loro uno Spirito che guiderà alla verità tutta intera, per capire tutte quelle cose che vissute a un palmo da Gesù non si sono resi conto nulla. Ma questa verità alla quale conduce lo Spirito non è altro, come qualcuno intente (non ce n’è un’altra oltre la storia di Gesù). Quella verità sarà proprio la storia di Gesù che però quando è stata vissuto in diretta i discepoli non si rendevano conto di cosa vivevano realmente e ci sarà bisogno di tornarci su tante volte sui suoi gesti per intuire quello che realmente capitava. Per capire quanto in una cosa semplice come la vita di un uomo si possa nascondere un mistero che, svolgi svolgi, dopo duemila anni abbiamo ancora cose da dire e da pensare.<br />
 - Dunque, Gesù dice che noi che veniamo dopo la sua storia abbiamo uno Spirito che ci porta a capire a pieno quella che è stata la sua presenza tra gli uomini. E proprio questo pezzettino di storia, questo uomo tanto lontano, sarà la verità tutta intera. E davvero non serve altro per guardare quello che conta realmente nelle cose che sto vivendo. Non serve altro. (E se potessi aprire una seconda parentesi direi che questa è proprio anche la nascita della scienza moderna, che nasce dal cristianesimo, non da Galileo….)<br />
Se guardo alla storia di questo uomo posso avere uno sguardo sulla mia vita dove scoprire le cose preziose che sto vivendo. E se c’è una domanda diffusa nel nostro contesto è la domanda: “don, consegnami uno sguardo che mi aiuti a capire le cose preziose che sto vivendo nella mia vita”. Non i doveri. Io ripeto quello che uno psicologo mi diceva: “don è bellissimo che abbiamo il dovere di donarci, ma noi abbiamo il piacere del dono”. Il piacere del dono. Che c’è una soddisfazione che non trovo da nessun altra parte quando offro cose buone di me, qualità, ad altri. Anche Gesù deve dirlo ai suoi esplicitamente: piangerete ora – è vero – sembra dire, ma poi vi rallegrerete. Scoprire le cose realmente preziose che sto vivendo nella mia vita. Non serve più fare i tarocchi, o lanciare i dadi (quando ero ragazzo c’era un gioco che si lanciavano i dadi per sapere cosa sarebbe stato importante e cosa no).<br />
- E lo Spirito mi ricorda le cose di cui sono capace quando credo nella fede della chiesa. Per questo gli antichi dicevano che la fede ti difende dagli attacchi del male. La fede non interpreta degli ideali. E’ difesa del male. Perché ti ricorda ciò di cui sei capace se ami davvero Dio. E questo non è scontato.  Ci troviamo spesso insieme. Ma il nostro stare insieme e scherzare e giocare cos’è? E’ un gioco di ruoli (quelli che dicono, “sì, sì don tu parla tanto io sto qui con i miei pensieri, il mio vicino, le mie piccole faccende da sistemare”)? O è un passatempo perché non so dove andare? Oppure è una condivisione che può condividere qualche cosa di più radicale? Ci si difende dalle freccie infuocate del nemico ricordandoci ciò di cui siamo resi capaci dall’amore di Dio.<br />
Ecco la “Verità tutta intera” di cui parla Gesù. Se no c’è una grande confusione.<br />
- Lo dice sempre la madre Elvira ai suoi ex tossici. Il problema è individuare il male. Perché il drogato pensa di dominare il male dicendo “ma smetto quando voglio” e quando dice così è proprio il momento che non può più smettere perché il male l’ha reso prigioniero. Continuare a ricordarci ciò di cui siamo capaci con l’amore di Dio che è il segreto del credo dei ragazzi e il dono dello Spirito che fa conoscere la storia di Gesù.<br />
- Da ultimo, una parola per questi ragazzi. Una volta il credo veniva imparato a memoria e non si poteva scrivere. Non si scriveva apposta perché venisse continuamente ripetuto. In francese, “imparare a memoria” si dice “imparare con il cuore”. Noi abbiamo bisogno di questo, di ragazzi che “imparino con il cuore” la fede che gli adulti vogliono trasmettergli. Perché per meno di così voi diventate grandi e tutto vi passerà davanti come un bel gioco, ma la vita sarà un’altra cosa. E allora sarebbe meglio da subito tornarsene tutti a casa. </p>
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		<title>Anno C – III domenica di Pasqua</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 17:34:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[Atti 28,16-28 Sal 96 (97) Rom 1,1-16b Gv 8,12-19
C’è un tema che mi sembra attraversi – in modi diversi – queste letture. E’ l’esperienza di una certa estraneità di Gesù e quindi di una impossibilità a vederlo e a comprenderlo.
La prima lettura lo dice quando descrive questi Giudei di Roma che si allontanano da Paolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Atti 28,16-28 Sal 96 (97) Rom 1,1-16b Gv 8,12-19</strong></p>
<p>C’è un tema che mi sembra attraversi – in modi diversi – queste letture. E’ l’esperienza di una certa estraneità di Gesù e quindi di una impossibilità a vederlo e a comprenderlo.<br />
La prima lettura lo dice quando descrive questi Giudei di Roma che si allontanano da Paolo non certo tutti convertiti, ma litigando tra loro. E Paolo commenta citando questa bellissima pagina di Isaia che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete / garderete, sì, ma non vedrete”.<br />
E così sembra accadere anche nel Vangelo: gli interlocutori di Gesù sembrano non conoscere il Signore. E questo dovrebbe già farci da monito ogni volta che ci viene da pensare che, se in fondo fossimo stati lì, contemporanei del Signore Gesù, a vedere i suoi miracoli, allora sì che avremmo fatto meno fatica a riconoscerlo.<br />
E invece il vangelo ci ricorda che non è così e che non è mai stato così. Ora come allora (come ai tempi di Paolo) molti guardano ma non vedo, ascoltano ma non capiscono. Perché il Signore sembra destinato a rimanere estraneo.<br />
Vorrei che approfondissimo questa domanda della estraneità del Signore. Proprio noi che siamo qui a messa tutte le domeniche, magari da una vita, non siamo esonerati dal fare come questi farisei che sono sempre presenti ma – in fondo – non conoscono il Signore.<br />
Vorrei che ci domandassimo: dove colloco Gesù per poterlo ascoltare realmente? La cultura nella quale siamo cresciuti ci ha insegnato a collocare Gesù nello spazio della religione. E nessuno si permette di contestare la religione. La religione è tutelata da tutti. Ma basta che Gesù resti nella religione.<br />
Tuttavia, lo spazio della religione non è abbastanza grande per Gesù: per questo i Giudei se ne vanno via litigando da Paolo e per questo non capiscono i farisei. A Gesù va stretto il luogo della religione. Se si resta soltanto nella religione, dice Gesù, non si conosce né Gesù né il Padre.<br />
Del resto, nella religione, tutto è possibile, tutto è tutelato… puoi adorare cose assurde, “se ci credi” – si dice, nessuno ti dirà nulla. Ma quando si entra nella vita – bisogna avere dei buoni motivi, presentare dei testimoni (non dicono forse così i Giudei?).<br />
Ed ecco che quando Gesù entra nella vita viene percepito come estraneo. Penso che in tre cose Gesù sia percepito particolarente come estraneo: </p>
<p>1)  Sono cose belle quelle di Gesù, ma “don, sono cose vecchie” e sono “sempre le stesse”. Mi disse una volta un ragazzo: “don, non aveva neanche la luce Gesù, come puoi pretendere che abbia qualcosa da dire sui nostri tempi, e su di me”. La cose della nonna. La percezione di una distanza cronologica e di una usura.<br />
2) La percezione di una impossibilità. Sono tutte cose vere che dite su Gesù ma sono legate a un mondo impossibile: resurrezione, guarigione, pace&#8230; E se tolgo le cose impossibili dalle cose di Gesù mi rimangono cose della “sana ragione” (fare bene agli altri…) che posso capire anche senza Gesù, ma ben poco. Si devono mettere in gioco cose impossibili e come tali irrilevanti.<br />
3) Un amore totalitario e possisivo. Gesù mi chiede troppo, perché mi da troppo. Non bastava qualche cosina? Sarebbe stato un amore più libero e meno appressivo.</p>
<p>Gesù è percepito distante perché urta queste tre sensibilità moderne, che – però, osseriviamo, – corrispondono a tre sensibilità originarie, a tre miti, che sono: il mito del progresso (dunque Gesù è vecchio), il mito del lavoro (sono cose impossibili, invece si tratta solo di lavorare) e il mito dell’amore libero.<br />
E allora qualcuno ha osservato, però questi tre miti che vengono infranti da Gesù e ce lo fanno percepire distante, non sono sempre positivi, possono anche trasformari in ingubi e segni negativi del futuro. (1) Il progresso può produrre mostri, una clonazione incontrollata, (2) il lavoro diventa una cosa per cui l’uomo sembra solo lavorare e ci vergogneremo se potremo passeggiare liberi (e ci si riposa non perché è bello ma perché poi così si lavora meglio). (3) L’amore libero crea legami fragili, matrimoni che durano poco con tutto quello che viene. </p>
<p>Allora Gesù – sarebbe interessante domandarci cosa ne pensiamo – tutelerebbe queste derive, perché non degenerino nell’uomo.<br />
E in questo modo Gesù oggi è sostenuto – nella vita e non solo nella religione – perché difende questi valori moderni dai disastri del progresso incontrollato… ecc. Es. “don lo dica lei di tornare presto a casa alla sera e di non bere perché… si chiede l’autoreità di Gesù, perché i nuovi valori cedono”.<br />
Ma io dico: anche questo posto – come per la religione – a Gesù strà stretto. Non posso mettere Gesù a sostegno dei valori per tutelarmi del mio incerto futuro.<br />
E invece dico: Gesù ci rimmarà sempre estraneo. E ci deve reimanere estraneo. Dobbiamo percepire questa distanza! Perché è oltre il nostro sguardo di vedere le cose, oltre le alternative o le richieste che gli facciamo. Noi dobbiamo percepire di essere realmente ciechi, e non sapere sempre dove collocare Gesù, perché così qualcuno, prima o poi, venga a guarirci. E, dice Paolo nella seconda lettura, io non mi vergogno di questo. Non mi vergongo di credere in una potenza che non è la mia.<br />
Non mi vergogno del fatto che Gesù sarà sempre sentito estraneo, anche da me che dico messa. E’ estraneo perché non è collocabile nelle mie alternative tra i lavori. E per questo è sempre creativo, ad ogni generazione si deve inventare cose e deve aspettarsi cose che neanche si immaginava. Così che soltanto alla sera io possa dire: il Singore camminava con noi, ti ricordi come ci ardeva il cuore, anche se i nostri occhi erano incapaci di vederlo.<br />
Perché dobbiamo aspettarci che Gesù incontri l’uomo in un luogo più originario e più profondo: dove l’uomo nasce a sé stesso con tutto il suo desiderio infinito.<br />
E’ a questo livello della vita, il livello del nostro desiderio, che verremo guariti dal Signore e non lo sentiremo più come estraneo. Allora saremo capaci di fare qualsiasi cosa – perché avremo imparato a desiderare come desidera Dio – e ci vergogneremo anche di solo di aver pensato che nella vita in tutte le cose migliori della nosrta storia noi potevamo fare a meno di lui.</p>
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		<title>Anno C – II Domenica di Pasqua</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 14:53:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amanuense</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[At 4,8-24a Sal 117 (118) Col 2,8-15 Gv 20,19-31
Parlando con i ragazzi, qualche volta mi è capitato di affrontare l’argomento della “fede cristiana”.
A dire il vero, pur passando molto tempo con loro – anche per il fatto che insegno in una scuola – e pur discorrendo con loro proprio di tutto (film, politica, musica, computer [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>At 4,8-24a Sal 117 (118) Col 2,8-15 Gv 20,19-31</strong></p>
<p>Parlando con i ragazzi, qualche volta mi è capitato di affrontare l’argomento della “fede cristiana”.<br />
A dire il vero, pur passando molto tempo con loro – anche per il fatto che insegno in una scuola – e pur discorrendo con loro proprio di tutto (film, politica, musica, computer ecc.) ho constatato che è quasi imbarazzate, direi un vero e proprio tabù, parlare di “fede”. Se si inizia l’argomento – a parte il fatto che (si sà) è già visto come “mestiere del prete” – ma dico, a parte questo, si ha l’impressione di scavalcare una soglia privata, intima, imbarazzante perché riguarda in fondo qualche cosa di indicibile che ognuno ha per sé nel suo cuore. Voler parlare di fede – quando non è noioso o non è “roba del prete” – produce oggi un certo imbarazzo, un vuoto di parole e di idee riempito al massimo di qualche slogan comune  del tipo “è importante essere liberi di credere”, “credere è amare”, “avere fede è un dono” ecc.(per davvero detto in modo neanche troppo convinto).<br />
Ma ho scoperto questo: non è una sensazione che si ha soltanto parlando con i ragazzi. Tra le persone per bene (in una cena o per strada) si può sempre parlare di tutto, ma di tre cose è sempre meglio non parlare: della morte, della matematica (comprensibile) e della fede. Ricordatelo se non volete produrre conversazioni imbarazzanti!<br />
Volete una conferma: provate a ricordare, qui ora e anche i ragazzi, quando è stata l’ultima volta che avete parlato a qualcuno della vostra fede cristiana?<br />
Ci sono genitori – ahimé – che portano i figli a catechismo e perdono un sacco di tempo per accompagnarli e andarli a prendere e organizzare le loro agende, ma mai si sognerebbero alla sera a tavola di raccontargli perché loro credono, che cosa è per loro la fede cristiana – e di aspettarsi su questo delle parole dai propri figli, oltre che sulla scuola, sulla ragazza ecc… Per alcuni è davvero troppo imbarazzante, anche se si viene qui tutte le domeniche da una vita, quasi non si sentissero capaci…<br />
Ad ogni modo, qualche volta sono riuscito a rompere questo muro di imbarazzo e di incapacità. E oltre questo muro mi sono accorto che questa pagina del Vangelo di oggi è spesso presa come un simbolo (imbarazzante) della nostra fede cristiana.<br />
E vi confesso: questi sono i momenti del mio sconforto maggiore. Quando un ragazzo dice che in fondo la “fede” è credere cose che non si vedono. Poi quelli che vogliono far vedere di aver letto la Bibbia aggiungono: “vedi don come Gesù che dice a Tommaso beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. E la fede sarebbe questo cieco affidamento, per una cosa che non si “deve vedere”, perché sarebbe già un metterla in dubbio, pretendere di vedere qualche cosa.<br />
Ripeto: sono i momenti del mio sconforto maggiore. Ho l’impressione che se uno la pensa così (e quanto è diffuso questo pensiero!) si troverà sempre lontano chilometri dal Vangelo Cristiano. Se fosse così, “amare Gesù” sarebbe poprio amare un fantasma invisibile. Ma chi può amare una cosa che non si vede? Chi può amare senza aver mai visto, senza toccare, abbracciare - senza capire?<br />
E questa idea di fede produce anche una grande amarezza e nostalgia. Forse viene proprio da qui il nostro imbarazzo e mutismo sulla di fede: se la fede è amare una cosa invisibile, anche il mio amore diventa invisibile, privo di parole, una cosa muta del sentimento personale.<br />
Vorrei che capiste come suona piena di amara nostalgia la frase di un ragazzo che ripete “beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. Perché è in fondo come se dicesse: beati quelli che riescono a essere così matti a credere nei fantismi che non si vedono. Io devo poter vedere per credere e mi piacerebbe anche credere senza vedere. Ma io sono fatto così.<br />
Povero ragazzo: non sa che lui stesso ha ragione. Hai ragione: per credere qualcosa bisogna vedere. Bisogna parlare, discutere, raccontare.<br />
E anche povero Tommaso e povero Gesù, che sono stati così tanto fraintesi. Ti pare che c’era bisogno che Gesù risuscitasse se poi bisognava credergli anche senza vederlo?<br />
Ma Gesù non voleva dire questo, non voleva dire che saranno beati quelli che crederanno senza averlo incontrato risorto. Perché – sappiatelo – non c’è fede cristiana senza aver fatto l’esperienza di una particolare Presenza che è proprio il Risorto (per quanto scandaloso suoni).<br />
Poche pagine prima “il discepolo che Gesù amava” corse al sepolcro e vide delle bende avvolte (la sindone) ma non vide il corpo. Poi c’è scritto “vide e credette”. Non vide il Signore con i chiodi ma vide le bende ed è come se gli bastassero le bende per capire che il Signore era risorto, che quell’uomo era più grande della morte. Non vide il corpo – vide le bende – ma gli bastò questo.<br />
Ora il Signore, è come se dicesse a Tommaso “beato quell’apostolo Giovanni che gli sono bastate le bende per ricordarsi di me e di quello che avevo detto”. E poi rivolto a Tommaso dicesse: ora che mi vedi (tu che non hai visto le bende) devi diventare un credente e non un non credente. Ora che mi vedi, diventa credente.<br />
Tanti tra noi hanno avuto la grazia – vivendo qui in oratorio o in parrocchia, o mangiando a casa di un prete – di riconoscere il Signore. Forse da ragazzi, forse quando qualcuno si era preso cura di lui, inaspetatamente. Senza vergognarsene.<br />
Basterebbe raccontare questo, vedere questo! Così la fede non sarebbe più quella magia nera che hanno così pochi eletti, ma si scoprirebbe che – senza saperlo – ha riempito le nostre conversazioni serali più belle le nostre speranza più vere della nostra vita. </p>
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