Saturday, 6 March 2010
Dt 6,4a;18,9-22; Sal 105(106); Rm 3,21-26; Gv 8,31-59
Forse questo vangelo si può comprendere meglio sullo sfondo della disussione delle prime comunità cristiane tra i convertiti provenienti dal giudaismo e quelli dal paganesimo. Tra la discendenza di Abramo e invece noi. Dobbiamo immaginare che questa questione occupa molte energie della prima chiesa. Quale merito possiedono in più gli ebrei dai cristiani? Il cristianesimo è una nuova religione? Perché i figli di Abramo non hanno – dice Gesù – tutto quello che serve per essere liberati dal peccato? E parte della difficoltà di questa pagine deriva dal fatto che Gesù parla a persone religiose e che conoscono bene le cose della loro religione.
Tuttavia questa non è oggi una discussione di nostro interesse. La storia ha dato la sua risposta facendo nascere il cristianesimo e non semplicemente una tra le tante sette del giudaismo. Gesù non è soltanto un rabbino che interpreta la Torà. A buona pace di Augias e dei suoi discepli. Questo vangelo ne è la riprova: Gesù non ha di sé questa precezione.
Ma dietro a questo scontro che forse ci interessa poco, c’è una questione più grossa che forse riguarda anche noi e la nostra pecezione del cristianesimo, il modo con il quale proviamo a vivere la nostra fede.
Gesù dice: “se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”
Noi uomini tendiamo tutti, per naturale disposizione, a rendere istituzionali le forme della nostra convivenza, a renderle abitudinarie, ordinarie. Quelle principali della nostra vita (il lavoro, lo stato sociale) sono un modo naturale che abbiamo per rappresentarci. Noi diciamo: sono italiano, sono un meccanico, sono uno studente ecc. Non possiamo metterlo in discussione ogni volta, ma quella rappresentazione, quel ruolo ci identifica nella nostra quotidianità.
Ma cosa succede quando anche il rapporto con Dio entra in questa sorta di sche istituzionale e scontato, per cui diciamo “sono cristiano”. Oppure entra nell’abitudine di una consuetudine?
Cosa succederebbe a un marito se nel rapporto con sua moglie facesse conto solamente ormai sul fatto che tanto lui è suo marito?
Penso che questa tendenza (o pigrizia) si possa chiamare – senza accezioni morali - il vanto degli uomini. Perché noi ci vantiamo (ma senza una idea morale) di essere italiani, o mariti o cristiani…
Ma cosa accade quando – ed è inevitabile che accada – quando questo meccanismo si innesta, quando ci limitiamo a sapere di essere la moglie o il marito – senza cercarlo e volerlo ogni giorno? Accade che noi non solo ci dimentichiamo della moglie o del marito, ma è come se finissimo schiavi della nostra routin, della nostra consuetudine.
E se questo accade nella religione – per cui è nella nostra abitudine che siamo cristiani - è come se finissimo schiavi della religione. Schiavi della religione e non più più liberi. Come questi farisei che avevano creduto in Gesù, ma non nel modo con il quale Gesù li provoca a credere.
Gesù vuole che crediamo in lui non come si crede sotto padrone, o sotto la schiavitù della nostra consuetudine. Credere in Gesù non è come credere nel padrone giusto, avere indovinato quello esatto. Il vero Dio non è affatto un padrone. Non ha la forma del padrone. Non ha un dominio da esercitare. Non chiede sudditi Chiede di essere cercato nella nostra libertà di ogni giorno… “in spirito e verità” diceva alla Sammaritana. Per meno di così preferisce mettersi in disparte.
Senza ammetterlo – perché è duro ammettere che si stà meglio sotto un padrone che detta legge che liberi – questa libertà è quella che i farisei non vorrebbero. Come ricorda Dovstoijescki nel racconto del Grande Inquisitore: ognuno di noi preferirebbe vivere sotto un padrone o sotto la schiavitù della sua routin quotidina che nella fatica di cercare ogni giorno nella sua libertà il Signore. Ma questo stesso cammino – che per fortuna ci vine incontro ed è già davanti ai nostri occhi – è la verità per ogni uomo.
Friday, 19 February 2010
Gl 2,12b-18; Sal 102; 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11
È bello essere qui a celebrare con voi questa eucaristia e ascoltare queste parole.
Ci sono molte circostanze favorevoli in questa messa. E’ bello per l’occasione di essere qui in mezzo a voi nei momenti più importanti dell’anno. Dopo la messa di Natale, siamo insieme oggi all’inizio della quaresima. E’ bello perché siete proprio qui, che è anche la mia “casa” dove quest’anno vivo e trascorro molto del mio lavoro. E’ bello per la giornata che ci vede lavorare e riflettere insieme, non separatamente nelle nostre branche o nel nostri uffici o università, ma qui insieme.
Tante circostanze favorevoli.
Vorrei partire da questa lettura di Gioele perché penso ha da dire molte cose per la nostra vita. L’oracolo del profeta inizia con un versetto che è stato saltato ma che da il senso vero del suo discorso. Senza questo versetto il testo suona come un discorso generico e disincarnato sulla conversione.
L’inizio è: “ma anche ora… ritornate a me con tutto il cuore, con digiuno, pianto e costernazine”.
“Ma anche ora”, perché un attimo prima Gioele aveva descritto la situazione di cateastrofe. Per fare un paragone direi una situazione del tutto simile a quella che abbiamo visto ad (leggi tutto...)
Thursday, 4 February 2010
Dn 9,15-19 Sal 106 1Tim 1,12-17 Mc 2,13-17
Cosa pensiamo quando ci raccontano di un ragazzo che ha lasciato i suoi studi e mamma e papà, per entrare in Seminario? Cosa pensiamo di un ragazzo che diventa prete?
Oppure: cosa pensiamo di un ragazzo che rinuncia a un viaggio in America perché sente la responsabilità di andare in estate con in suoi ragazzi di catechismo in montagna?
Forse molti degli adulti che sono qui in Chiesa, di fronte a un ragazzo che entra in seminario, direbbero ai più piccoli: “ecco, guarda uno che ha ancora dei valori, che fa una scelta seria e ha la testa sulle spalle!”.
Forse è quello che pensano i vostri nonni che dicono: “ecco, un bravo ragazzo!”.
Ma cosa racconta il Vangelo? Chi è questo ragazzo di cui il Vangelo dice: «Gesù passando, vide Levi seduto al banco delle imposte e gli disse: “seguimi”» ? Chi è questo Levi? Uno devoto? Uno con ancora dei valori per il prossimo? Un ragazzo con la testa sulle spalle?
Un bravo ragazzo ma letteralmente a farsi gli affari propri. Perché, come ogni pubblicano, Levi riscuoteva le tasse per conto dei Romani ed era quindi contro la propria gente. E in più, non ricevendo alcuno (leggi tutto...)
Friday, 22 January 2010
Nm 13,1-2.17-27 Sal 104 (105) 2Cor 9,7-14 Mt 15,32-38
Non sarà scandaloso identificarci con la folla di questo Vangelo.
Il racconto – in verità – inizia proprio con la descrizione di questa folla:
Lo seguiva molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano
Poi inizia il racconto della moltiplicazione che abbiamo ascoltato.
Dunque, questa folla segue Gesù da tre giorni e non ha nulla da mangiare. Attira la compassione di Gesù.
Lo sguardo di Gesù conosce la nostra fatica, la nostra fame, i rischi del perderci. Conosce i ritmi faticosi della nostra vita, l’agenda piena di impegni. Conosce la fatica del nostro venire qui, del radunarci per ascoltare il vangelo; la fatica che facciamo per trovare il tempo per dire una preghiera quando arriviamo a sera, vincendo la nostra stanchezza.
E tuttavia, questa folla non ha fatto domande, non si è lamentata di questo con il Signore. Il Signore non moltiplica i pani per soddisfare una loro lamentela, per assecondare il brontolio di chi minaccia di tornarsene a (leggi tutto...)
Friday, 15 January 2010
Est 5,1-1c.2-5 Sal 44(45) Ef 1,3-14 Gv 2,1-11
C’è un modo particolare che Gesù usa per distinguere il bene dal male, il grano dalla pula. Un modo infallibile per mettere in luce le cattive idee che noi, come i farisei del suo tempo, abbiamo su Dio, su Gesù, sugli altri…
Questo modo è l’uso fulminante dell’ironia. E’ stato uno stile fondamentale di Gesù che ci ha risparmiato lunghi trattati teologici e ha saputo dire tutto con due battute. Uno stile effettivamente troppo dimenticato nella Chiesa ma che invece ci deve far dire che “fuori da questa ironia non c’è salvezza”. Fuori dall’ironia evangelica il mondo sarà anche “canonicamente” salvato ma ritorna a essere triste, grigio e inospitale…
L’ironia evangelica che dà salvezza, e che accompagna l’annuncio del Regno, è infallibile nel far venire alla luce la vera natura del dissenso. Perché gli smidollati o i farisei di sempre resistono a tutto, anche alla minaccia del castigo eterno, ma non sopportano quell’ironia. Possono resistere a lungo con il muso duro nelle loro idee su quello che è importante e non, sulla coerenza dell’uomo, sulla loro morale, ma si scompongono infallibilmente di fronte all’accenno dei loro stessi limiti o al non interesse di Dio. Appaiono (leggi tutto...)
Friday, 8 January 2010
Is 55,4-7 Sal 28(29) Ef 2,13-22 Lc 3,15-16.21-22
Non so quale immaginario o quali idee nascano in voi davanti alla scena del battesimo del Signore. Ho la sensazione che non ci sia un evento della vita del Signore che ci lasci tanto indifferenti e al quale non abbiamo nessuna immagine per noi. A volte diremmo il “momento dell’elezione”, ma subito capiamo che è debole l’immagine perché sappiamo che Gesù è Gesù fin dalla nascita… Né possiamo dire liberazione dai peccati…
E se per molte altre immagine abbiamo un significato immediato che le rendono comprensibili anche senza tutta la teologia (le tentazioni , Gesù che guarisce, i Re magi, la croce…) per il battesimo ho l’impressione di una certe freddezza, di un vuoto nel nostro immaginario.
Allora vorrei che provassimo ad associare a questa immersione di Gesù nel Giordano una parola semplice e profonda al tempo stesso che – a mio avviso – ne illumina il senso e offre un appiglio.
La parola è “solidarietà” e infatti non c’è un altro motivo per cui il Signore fu battezzato. Il racconto di Matteo dice appunto che Giovanni voleva rifiutarsi da battezzarlo, ma Gesù insiste per fare anche lui il cammino di tutti gli altri discepoli.
Lo so, (leggi tutto...)
Tuesday, 22 December 2009
Is 7,10-16 Sal 2 Eb 10,37-39 Mt 1,18-25
Mi accorgo che c’è qualcosa in questa festa che non riesce mai a essere detto o capito del tutto. Non solo agli altri, ai nostri figli o in una predica, ma neanche a noi stessi. Se non ci siamo rassegnati a festeggiare il Natale come semplice convenzione sociale, c’è sempre qualcosa di irraggiungibile nel nostro desiderio di capire il motivo di questa festa, il perché siamo qui ora.
E allora sono contento che ogni anno lo festeggiamo. Perché è come un innamorato che ha il bisogno continuo di dire alla sua sposa “ti amo”. Da dove gli viene questo bisogno? Lui sa che queste parole sono troppo banali e vuote per dire quello che prova realmente, forse proprio per questo è costretto a ripeterle. Si ripete ogni anno quello che ogni anno non può essere consumato o esaurito del tutto. Noi ripetiamo il Natale intuendo che in questa parola c’è molto di più di quello che ogni anno sappiamo decifrare. Eppure, non di meno, ci affascina, ci interessa. E sappiamo ce ne sarà per ogni anno a venire.
Ogni altro pensiero, preoccupazione della vita, che ci distrae da questo stupore e da questa mancanza (da (leggi tutto...)
Friday, 18 December 2009
Is 62,10-63,3b Sal 71 (72) Fil 4,4-9 Lc 1,26-38a
Siamo ormai all’ultima domenica prima di Natale. Ormai è questione di giorni.
C’è chi aspetta qualcosa. Più spesso i bambini che attendono una briciola di felicità nelle vacanze, nei regali, nella mancetta della nonna – quello che gli avremo insegnato noi.
E poi c’è chi, ormai grande, ha capito che invece non accada nulla e attende deluso che passi: che finalmente finisca il cenone, la messa lunga e noiosa, quel tradizionale e formale scambio di auguri nel quale in fondo anche noi abbiamo smesso di credere.
Da un lato ci sono le piccole cose dei bambini che sono delle “belle parole” (Gesù, Re Magi, Regali) e dall’altra c’è la delusione dei più grandi che conoscono la durezza della vita e le convenzioni di un rito. Già, perché i regali nascondono il loro costo, le cene le loro discussioni, le vacanze non sono che un momento come un altro. E anche Gesù bambino non sembra aver vinto il dolore dell’uomo.
Siamo ancora un po’ bambini ingenui oppure uomini delusi e in fondo adattati alla convenzione di un rito?
Il Vangelo di oggi vorrebbe offrire una terza via a questa alternativa, tra la fiaba del bambino e la delusione (leggi tutto...)
Friday, 11 December 2009
Is 30,18-26b Sal 145 (146) 2Cor 4,1-6 Gv 3,23-32a
Vorrei arrivare al centro di queste letture partendo da un particolare, apparentemente insignificante: un Giudeo – prima si dice che Gesù battezza in Giudea, vicino a Gerusalemme – va nella Valle del Giordano e mette zizzania tra i discepolo di Giovanni. Non discute né con Gesù né con Giovanni, mette in confusione la parte più debole. Ma i discepoli non si fanno scoraggiare e pongono la questione a Giovanni stesso, con tutta quella lunga perifrasi per non usare la parola Gesù (servirà a qualcosa…) “colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui”.
Forse senza saperlo, l’anonimo Giudeo – che assomiglia a quelle persone che “loro” hanno capito tutto della religione e vogliono spiegartela e dirti come è andata veramente e come è stata tradita e oscurata dalla Chiesa (ce n’è in ogni tempo) ecc. – questo Giudeo offre lo spunto a Giovanni per dire di nuovo ai suoi quella novità che fa la differenza del cristianesimo, differenza che neanche Giovanni non potrà mai colmare.
Deve essere stata una cosa dura da capire (che non ci si aspettava), anche perché (leggi tutto...)
Friday, 27 November 2009
Is 45,1-8 Sal 125 Rm 9,1-5 Lc 7,18-28
Alcuni uomini sembrano destinati a fermarsi proprio sul più bello. Hanno combattuto per una vita per uno scopo e un attimo prima vengo tolti dalla scena.
Mosè non entra nella terra promessa, la guarda dall’alto – dal monte Nebo – e poi muore.
Giovanni non vede i miracoli del Signore, come non vedrà mai la Croce. E’ costretto a fermarsi al racconto dei suoi discepoli. Proprio nel momento in cui Gesù inizia la sua missione, Giovanni sparisce nella notte di una prigione. Da maestro che annuncia agli altri la buona novella, deve diventare discepolo; anzi, discepolo dei suoi stessi discepoli. E poi muore.
Così, la storia è piena di uomini che si sono fermati a un passo da qual’cosa di grande per il quale avevano lottato. Roosvelt muore pochi mesi prima della fine della seconda guerra mondiale. Van Gogh senza vedere un solo ammiratore.
A noi stessi – infine – ci sembra spesso che le buone opere che compiamo non appaiano poi ai nostri occhi come dovrebbero, non diano oggi il frutto sperato che tanto vorremmo vedere. Allora ritorna attuale la domanda di Giovanni “sei veramente tu Signore?”, oppure “cosa è cambiato con la tua venuta?”, perché (leggi tutto...)
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