Wednesday, 3 June 2009
Noi seminaristi andiamo e veniamo – questo si sa. A volte si potrebbe pensare che si vuole così e che si cambia continuamente per non affezionarsi troppo. Ma chi ha letto almeno una volta il Vangelo sa che non c’è nulla di cristiano (né di umano) in una risposta simile. Non si cambia come se affezionarsi alla gente significasse affezionarsi un po’ meno al Signore: tutto il contrario. Chi crede nel Vangelo sa che non c’è altro modo per vedere il volto del Signore se non quello di legarsi a delle persone. Dico: non sono stato nel vostro oratorio un anno perché è bello stare insieme né perché così è più facile credere. Stiamo stati insieme perché solo così si può credere. Ed è tutt’altra cosa. Solo parlando di voi posso parlare dell’incontro con il Signore e, al di là del fatto che siamo peccatori – che spesso non sappiamo risplendere – questa è una mia piccola certezza: che il Signore mi chiederà conto di null’altro se non di questo, cioè della cura cristiana che abbiamo avuto l’uno dell’altro.
E la tradizione della Chiesa (il libro dell’Apocalisse) dice che un domani sarà così: vivremo tutti in una città dove le case saranno già costruite, non ci sarà più da fare i muratori, i giardinieri, gli studenti ecc… tutto sarà già pronto e le case non avranno porte perché l’unica cosa che ci rimarrà da costruire saranno le “opere dell’amore e dell’amicizia” – quelle dove qui ora siamo solo degli apprendisti.
Questo è proprio un carattere unico dei cristiani che mi ha sempre affascinato e dal quale voglio continuare ad imparare. Dico che tutte le volte che qualcuno “va e viene”, è costretto a dei legami provvisori (lascia l’oratorio, cambia compagni di scuola, di università – ognuno ha la sua esperienza), c’è tuttavia una parola contro la rassegnazione nei confronti dell’interruzione o della mortificazione del senso del vivere: dei legami, degli affetti, delle cose che mettiamo al mondo mettendoci tutti quanti i nostri sentimenti – cioè quando una amicizia “si accende” e poi viene spenta; a dieci, venti, trenta, novant’anni – perché c’è una età in cui questa mortificazione diventa giusta?
Ecco, una parola che resiste a questa rassegnazione. Resiste con i mezzi che ha —parlo di “cocciutaggine”— e tuttavia resiste anche quando non è in grado di pensarla o forse non è in grado di comunicarla in modo adeguato.
Ma questa è la parte che non riuscirei a sostituire con niente: resistenza nei confronti di un elogio un po’ offensivo della finitezza. Elogio che alla fine dei suoi grandi paroloni ci incoraggia ad accomodarci (a non pensarci troppo) con questa esperienza “dura” che facciamo tutti: qualche cosa che si è acceso e poi viene smentito; qualche cosa che ha dato vita, ha preso speranza e poi viene mortificato e rimane incompiuto. Non accomodarci a una vita che certamente non è all’altezza di ciò che si è acceso. Mai.
Ma, dopo aver ribadito questo, non di meno c’è un lato buono che potete apprezzare voi che vedete “passare” i seminaristi – e sarà bene non farselo sfuggire. E’ un vantaggio oggi pochissimo apprezzato e che rischia di essere dimenticato del tutto: è la qualità di chi fa un lavoro per il gusto di farlo, per la soddisfazione che gli verrà per l’aver fatto contento altri e non per il guadagno che porta a casa per sé. E’ la soddisfazione dell’artigiano che vuole fare bene la gamba del tavolo per fare felice quello che gliel’ha chiesta e non per il soldo che ha preso o per diventare suo amico.
Voi vedete dei ragazzi (seminaristi) che “passano” e fanno un lavoro non per il soldo o per l’amicizia che si ha in cambio o per… Forse molti di voi li ho visti una volta e chissà quando li rivedrò – e nel vangelo sappiamo quante volte succede – però la soddisfazione di dire: quello che avevo l’ho messo lì per te e – forse – per qualcuno ho speso il mio tempo.
Ecco, domandarsi “per chi sono io?” e non “chi sono io?”, questa è una domanda che dà soddisfazione alla vita anche se non ci si guadagna, anche se si va via. Questo mi insegna il cristianesimo ed è sempre una bella testimonianza e un bell’invito. Per i ragazzi e anche per me.
Wednesday, 1 April 2009
Milano il carcere e la luce
La nostra storia inizia in un carcere. Siamo alla fine del 1550 a Milano. Un periodo di grandi battaglie dove è normale avere qualche parente morto da soldato in una guerra. Ed è normale vedere gente armata girare per le strade, assistere a scontri.
Le carceri sono luoghi bui e puzzolenti. Soltanto dall’alto delle celle filtra della luce. Ma è una luce che resta in altro, sopra le teste dei carcerati, illuminando soltanto le pareti superiori e il soffitto. [01]
Il nostro protagonista è un giovane appena maggiorenne di nome Michele (Michelangelo), un giovanissimo pittore. All’ora non c’erano scuole di pittura, e i lavori si imparavano facendoli, direttamente dagli artisti. Da quando aveva 13 anni, Michele – nato in un paese di nome Caravaggio e per questo detto il Caravaggio – lavorava da un importante artista, per apprendere il mestiere: come si mischiano i colori, come si disegna su una tela, come si copia una figura umana…
Caravaggio ora non ha colori, né tele e certamente non potrà tornare nella sua bottega. E’ in carcere, perché ha litigato violentemente – non sappiamo con chi – forse con il capo della sua bottega (non sono un ragazzino! – mi (leggi tutto...)
Friday, 19 December 2008
Veramente con grande timore e tremore ho preparato questo incontro. Perché siamo di fronte a una delle pagine più belle e più intense di tutta la Bibbia. E se siamo uomini attenti, quando ci è messa in mano una cosa importante sentiamo subito il rischio di tradirla, di rovinarla, di sciuparla. Da ragazzo spesso aiutavo mio papà che fa il restauratore a trasportare dei quadri. E mi è capitato più di una volta di prendere in mano quadri magari piccoli ma di grandi artisti e molto costosi. E mi ricordo bene che subito il pensiero andava: e se mi cade… E lo stesso lo fai quando ti prepari per il primo incontro con la tua ragazza o prima del primo bacio – lo vedete anche nei ragazzini delle medie che iniziano le cose amorose – quanto timore e tremore c’è! “E se andrà male…”, “sarò capace di diglielo…” perché è la cosa più importante che hai e non vorresti mai che si rovini.
Ecco, penso che se ci accostiamo a leggere questo testo con leggerezza - senza “timore e tremore”, come una cosa dove devi toglierti la scarpe per riverenza (come nelle moschee) o ti devi coprire il volto (come Mosè) (leggi tutto...)
Thursday, 27 November 2008
In quel tempo fu portato al Signore Gesù un indemoniato, cieco e muto, ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva. Tutta la folla era sbalordita e diceva: «Che non sia costui il figlio di Davide?». Ma i farisei, udendo questo, dissero: «Costui non scaccia i demòni se non per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni». Egli però, conosciuti i loro pensieri, disse loro: «Ogni regno diviso in se stesso cade in rovina e nessuna città o famiglia divisa in se stessa potrà restare in piedi. Ora, se Satana scaccia Satana, è diviso in se stesso; come dunque il suo regno potrà restare in piedi? E se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Ma, se io scaccio i demòni per mezzo dello Spirito di Dio, (leggi tutto...)
Saturday, 22 November 2008
Buongiorno!
Il buon giorno si vede dal mattino. Il buon giorno si vede? Certo che si vede! se il buongiorno non si vede vuol dire che non c’è luce, ma se non c’è luce allora è… notte. E di notte non si da il buon giorno ma la… buona notte. Ma la buona notte si dà anche a occhi chiusi, il buon giorno si dà a occhi aperti, anzi spalancati.
Sapete che per i pittori come me, i giorni sono così importanti che ce li mangiamo con gli occhi. Conditi con un po’ di luce, giorni azzurri, verdi, gialli, rossi, rosa. Giorni tristi e giorni allegri. Giorni brevi come panini e lunghi enormi minestroni. Giorni bizzarri come i cornetti o frizzanti come caramelle.
I pittori tengono gli occhi aperti e guardano, vedono, ammirano, spiano, contemplano e non finiscono mai di vedere e quando dormono vedono ancora… sognano. Tutti sogniamo. Voi fate sogni? Anch’io.
Io una volta ho sognato di essere un pittore. Ero vestito così: cappello, camicione, tavolozza, tela e pennello. Beh, non ero subito un arista… sono diventato un artista, prima ero un bambino come voi. Allora voglio raccontarvi questo mio sogno di come sono diventato un artista.
Voi direte: cosa ci interessa la (leggi tutto...)
Wednesday, 19 November 2008
In quel tempo. Andando via di là, il Signore Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
La chiamata di Matteo mi ricorda la tela di Caravaggio che si trova a Roma in S. Luigi dei Francesi. Una tela che fa molto discutere per tanti versi. Sembra in essa che la chiamata di Matteo sia marginale rispetto (leggi tutto...)
Wednesday, 12 November 2008
In quel tempo, Gesù disse: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Una prima riflessione. Siamo abbitauti a pensare a questo padrone come al Signore che comanda. Fose l’esegesi spinge in questa direzione per via dei lavori descritti. Forse. Io però faccio l’ipotesi che l’immedesimazione alla quale Gesù invita non sia direttamente con la figura di Dio. Come dire: ecco Dio che ti comanda e tu china la testa e obbedisci. Sarebbe in eccessivo contrasto con la parola che dice: non vi chiamerò più servi ma (leggi tutto...)
Saturday, 8 November 2008
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi (leggi tutto...)
Thursday, 6 November 2008
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Allora egli disse loro questa parabola: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, (leggi tutto...)
Thursday, 6 November 2008
In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con (leggi tutto...)
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