Thursday, 4 February 2010
Dn 9,15-19 Sal 106 1Tim 1,12-17 Mc 2,13-17
Cosa pensiamo quando ci raccontano di un ragazzo che ha lasciato i suoi studi e mamma e papà, per entrare in Seminario? Cosa pensiamo di un ragazzo che diventa prete?
Oppure: cosa pensiamo di un ragazzo che rinuncia a un viaggio in America perché sente la responsabilità di andare in estate con in suoi ragazzi di catechismo in montagna?
Forse molti degli adulti che sono qui in Chiesa, di fronte a un ragazzo che entra in seminario, direbbero ai più piccoli: “ecco, guarda uno che ha ancora dei valori, che fa una scelta seria e ha la testa sulle spalle!”.
Forse è quello che pensano i vostri nonni che dicono: “ecco, un bravo ragazzo!”.
Ma cosa racconta il Vangelo? Chi è questo ragazzo di cui il Vangelo dice: «Gesù passando, vide Levi seduto al banco delle imposte e gli disse: “seguimi”» ? Chi è questo Levi? Uno devoto? Uno con ancora dei valori per il prossimo? Un ragazzo con la testa sulle spalle?
Un bravo ragazzo ma letteralmente a farsi gli affari propri. Perché, come ogni pubblicano, Levi riscuoteva le tasse per conto dei Romani ed era quindi contro la propria gente. E in più, non ricevendo alcuno stipendio per questo mestiere, viveva praticando l’usura con i soldi che riscuoteva. Dunque doppiamene odiato dalla gente: perché traditore e perché praticava l’usura.
E sembra non essere il solo. Anche Paolo scrive di sé – nella seconda lettura: io che ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento.
Ma il Vangelo è proprio questo. Il Vangelo è quello di Gesù che si rivolge ad un usuraio e non ad un ragazzo perbene.
Chi dice che uno che diventa prete è un bravo ragazzo, senza grilli per la testa, con la faccia d’angelo e tanto buon senso? Queste frasi non assomigliano forse a quelle dei farisei che si lamentano di Gesù alla fine del racconto?
Il Vangelo non ha nulla a che fare con le buone abitudini, con i buoni o cattivi pensieri, con il non dire le parolacce e fare i bravi.
La vocazione cristiana inizia dal Vangelo, non dal buon senso. Perché la somma di tutto il buon senso di questo mondo non fa un Vangelo. Il Vangelo è un’altra cosa.
Allora, cosa pensiamo di un ragazzo che diventa prete?
Su Youtube l’anno scorso c’era un video con due miei compagni che raccontavano la loro vocazione. E’ stato visto da più di 100.000 persone e ha avuto quasi 1.000 commenti.
Ho letto un gran numero di quei commenti e mi hanno portato a riflettere sul fatto che non pochi se la prendessero con la scelta di diventare prete, accusando di vivere fuori dalla realtà, nel medioevo. Scriveva uno: «Cosa ne sanno questi della vita?».
Che strano tutto questo. Perché invece del Vangelo non si parla.
Nella religione davvero sembra che ciascuno ci veda quello che vuole vederci, quello che pensa di trovarci, ma come se lo avesse deciso in anticipo. Ed è altrettanto curioso che, invece, pochi – perfino fra coloro che si dicono cristiani – si richiamino al Vangelo. Sia fra coloro che difendono la scelta dei giovani, sia fra coloro che la criticano.
Ma il Vangelo di oggi dice ancora: «Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli».
Allora, uno che diventa prete è uno che vive fuori dalla realtà, che non ha conosciuto il mondo, perciò non sa nulla e, magari, è stato perfino plagiato? Ma il Vangelo non dice questo. A nessun cristiano chiede questo, e tanto meno ad un prete.
Non so cosa evochi in voi la parola “seminario”. Però i seminaristi sono giovani che trascorrono molto del loro tempo (libero e non libero) in carcere, con dei detenuti, o in ospedale, con i malati di AIDS, o con altri giovani, normali o devianti, bigotti e bulli. Perché ci sono proprio tutte le categorie; e poi bambini, anziani, coppie… In nome del Vangelo.
Davvero chi vive di Vangelo e per il Vangelo vive fuori dal mondo?
A me sembra il contrario. Certo a patto che sia appunto il Vangelo e non un’altra cosa.
Friday, 22 January 2010
Nm 13,1-2.17-27 Sal 104 (105) 2Cor 9,7-14 Mt 15,32-38
Non sarà scandaloso identificarci con la folla di questo Vangelo.
Il racconto – in verità – inizia proprio con la descrizione di questa folla:
Lo seguiva molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano
Poi inizia il racconto della moltiplicazione che abbiamo ascoltato.
Dunque, questa folla segue Gesù da tre giorni e non ha nulla da mangiare. Attira la compassione di Gesù.
Lo sguardo di Gesù conosce la nostra fatica, la nostra fame, i rischi del perderci. Conosce i ritmi faticosi della nostra vita, l’agenda piena di impegni. Conosce la fatica del nostro venire qui, del radunarci per ascoltare il vangelo; la fatica che facciamo per trovare il tempo per dire una preghiera quando arriviamo a sera, vincendo la nostra stanchezza.
E tuttavia, questa folla non ha fatto domande, non si è lamentata di questo con il Signore. Il Signore non moltiplica i pani per soddisfare una loro lamentela, per assecondare il brontolio di chi minaccia di tornarsene a (leggi tutto...)
Friday, 15 January 2010
Est 5,1-1c.2-5 Sal 44(45) Ef 1,3-14 Gv 2,1-11
C’è un modo particolare che Gesù usa per distinguere il bene dal male, il grano dalla pula. Un modo infallibile per mettere in luce le cattive idee che noi, come i farisei del suo tempo, abbiamo su Dio, su Gesù, sugli altri…
Questo modo è l’uso fulminante dell’ironia. E’ stato uno stile fondamentale di Gesù che ci ha risparmiato lunghi trattati teologici e ha saputo dire tutto con due battute. Uno stile effettivamente troppo dimenticato nella Chiesa ma che invece ci deve far dire che “fuori da questa ironia non c’è salvezza”. Fuori dall’ironia evangelica il mondo sarà anche “canonicamente” salvato ma ritorna a essere triste, grigio e inospitale…
L’ironia evangelica che dà salvezza, e che accompagna l’annuncio del Regno, è infallibile nel far venire alla luce la vera natura del dissenso. Perché gli smidollati o i farisei di sempre resistono a tutto, anche alla minaccia del castigo eterno, ma non sopportano quell’ironia. Possono resistere a lungo con il muso duro nelle loro idee su quello che è importante e non, sulla coerenza dell’uomo, sulla loro morale, ma si scompongono infallibilmente di fronte all’accenno dei loro stessi limiti o al non interesse di Dio. Appaiono (leggi tutto...)
Friday, 8 January 2010
Is 55,4-7 Sal 28(29) Ef 2,13-22 Lc 3,15-16.21-22
Non so quale immaginario o quali idee nascano in voi davanti alla scena del battesimo del Signore. Ho la sensazione che non ci sia un evento della vita del Signore che ci lasci tanto indifferenti e al quale non abbiamo nessuna immagine per noi. A volte diremmo il “momento dell’elezione”, ma subito capiamo che è debole l’immagine perché sappiamo che Gesù è Gesù fin dalla nascita… Né possiamo dire liberazione dai peccati…
E se per molte altre immagine abbiamo un significato immediato che le rendono comprensibili anche senza tutta la teologia (le tentazioni , Gesù che guarisce, i Re magi, la croce…) per il battesimo ho l’impressione di una certe freddezza, di un vuoto nel nostro immaginario.
Allora vorrei che provassimo ad associare a questa immersione di Gesù nel Giordano una parola semplice e profonda al tempo stesso che – a mio avviso – ne illumina il senso e offre un appiglio.
La parola è “solidarietà” e infatti non c’è un altro motivo per cui il Signore fu battezzato. Il racconto di Matteo dice appunto che Giovanni voleva rifiutarsi da battezzarlo, ma Gesù insiste per fare anche lui il cammino di tutti gli altri discepoli.
Lo so, (leggi tutto...)
Tuesday, 22 December 2009
Is 7,10-16 Sal 2 Eb 10,37-39 Mt 1,18-25
Mi accorgo che c’è qualcosa in questa festa che non riesce mai a essere detto o capito del tutto. Non solo agli altri, ai nostri figli o in una predica, ma neanche a noi stessi. Se non ci siamo rassegnati a festeggiare il Natale come semplice convenzione sociale, c’è sempre qualcosa di irraggiungibile nel nostro desiderio di capire il motivo di questa festa, il perché siamo qui ora.
E allora sono contento che ogni anno lo festeggiamo. Perché è come un innamorato che ha il bisogno continuo di dire alla sua sposa “ti amo”. Da dove gli viene questo bisogno? Lui sa che queste parole sono troppo banali e vuote per dire quello che prova realmente, forse proprio per questo è costretto a ripeterle. Si ripete ogni anno quello che ogni anno non può essere consumato o esaurito del tutto. Noi ripetiamo il Natale intuendo che in questa parola c’è molto di più di quello che ogni anno sappiamo decifrare. Eppure, non di meno, ci affascina, ci interessa. E sappiamo ce ne sarà per ogni anno a venire.
Ogni altro pensiero, preoccupazione della vita, che ci distrae da questo stupore e da questa mancanza (da (leggi tutto...)
Friday, 18 December 2009
Is 62,10-63,3b Sal 71 (72) Fil 4,4-9 Lc 1,26-38a
Siamo ormai all’ultima domenica prima di Natale. Ormai è questione di giorni.
C’è chi aspetta qualcosa. Più spesso i bambini che attendono una briciola di felicità nelle vacanze, nei regali, nella mancetta della nonna – quello che gli avremo insegnato noi.
E poi c’è chi, ormai grande, ha capito che invece non accada nulla e attende deluso che passi: che finalmente finisca il cenone, la messa lunga e noiosa, quel tradizionale e formale scambio di auguri nel quale in fondo anche noi abbiamo smesso di credere.
Da un lato ci sono le piccole cose dei bambini che sono delle “belle parole” (Gesù, Re Magi, Regali) e dall’altra c’è la delusione dei più grandi che conoscono la durezza della vita e le convenzioni di un rito. Già, perché i regali nascondono il loro costo, le cene le loro discussioni, le vacanze non sono che un momento come un altro. E anche Gesù bambino non sembra aver vinto il dolore dell’uomo.
Siamo ancora un po’ bambini ingenui oppure uomini delusi e in fondo adattati alla convenzione di un rito?
Il Vangelo di oggi vorrebbe offrire una terza via a questa alternativa, tra la fiaba del bambino e la delusione (leggi tutto...)
Friday, 11 December 2009
Is 30,18-26b Sal 145 (146) 2Cor 4,1-6 Gv 3,23-32a
Vorrei arrivare al centro di queste letture partendo da un particolare, apparentemente insignificante: un Giudeo – prima si dice che Gesù battezza in Giudea, vicino a Gerusalemme – va nella Valle del Giordano e mette zizzania tra i discepolo di Giovanni. Non discute né con Gesù né con Giovanni, mette in confusione la parte più debole. Ma i discepoli non si fanno scoraggiare e pongono la questione a Giovanni stesso, con tutta quella lunga perifrasi per non usare la parola Gesù (servirà a qualcosa…) “colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui”.
Forse senza saperlo, l’anonimo Giudeo – che assomiglia a quelle persone che “loro” hanno capito tutto della religione e vogliono spiegartela e dirti come è andata veramente e come è stata tradita e oscurata dalla Chiesa (ce n’è in ogni tempo) ecc. – questo Giudeo offre lo spunto a Giovanni per dire di nuovo ai suoi quella novità che fa la differenza del cristianesimo, differenza che neanche Giovanni non potrà mai colmare.
Deve essere stata una cosa dura da capire (che non ci si aspettava), anche perché (leggi tutto...)
Friday, 27 November 2009
Is 45,1-8 Sal 125 Rm 9,1-5 Lc 7,18-28
Alcuni uomini sembrano destinati a fermarsi proprio sul più bello. Hanno combattuto per una vita per uno scopo e un attimo prima vengo tolti dalla scena.
Mosè non entra nella terra promessa, la guarda dall’alto – dal monte Nebo – e poi muore.
Giovanni non vede i miracoli del Signore, come non vedrà mai la Croce. E’ costretto a fermarsi al racconto dei suoi discepoli. Proprio nel momento in cui Gesù inizia la sua missione, Giovanni sparisce nella notte di una prigione. Da maestro che annuncia agli altri la buona novella, deve diventare discepolo; anzi, discepolo dei suoi stessi discepoli. E poi muore.
Così, la storia è piena di uomini che si sono fermati a un passo da qual’cosa di grande per il quale avevano lottato. Roosvelt muore pochi mesi prima della fine della seconda guerra mondiale. Van Gogh senza vedere un solo ammiratore.
A noi stessi – infine – ci sembra spesso che le buone opere che compiamo non appaiano poi ai nostri occhi come dovrebbero, non diano oggi il frutto sperato che tanto vorremmo vedere. Allora ritorna attuale la domanda di Giovanni “sei veramente tu Signore?”, oppure “cosa è cambiato con la tua venuta?”, perché (leggi tutto...)
Friday, 20 November 2009
Is 19,18-24 Sal 89 Ef 3,8-13 Mc 1,1-8
In questi giorni noi abbiamo lasciato le nostre famiglie, le nostre case, la routine di ogni domenica e siamo venuti qui. Qui siamo fuori dalla città, fuori dalla quotidianità – quasi fuori da mondo. Qui c’è un bosco, c’è una chiesa. Ma tra qualche ora torneremo a Saronno e tutto ricomincerà.
Forse non te ne sei accorto, ma è proprio quello che capita alle persone in questo brano di vangelo: esse uscivano, dalle loro città, dalle case, si dice “dalla Giudea e da Gerusalemme” (la Terra Santa), andavano al Giordano, venivano battezzati – confessavano i loro peccati – e tornavano a casa.
Era per loro il segno di una seconda possibilità, di una seconda chance nella vita. Era il coraggio di uscire da una città malata di ingiustizia e ritornarci diversi. Potevano ricominciare grazie al gesto del battesimo di questo Giovanni (che si dice che veste così e si nutre così non per renderlo un asceta o un santone ma per distinguerlo da un gruppo di perone per le quali invece vestire e mangiare era tutta una fobia religiosa…).
Uno che ha letto tante volte la Bibbia si accorge che il Vangelo di Gesù – la (leggi tutto...)
Friday, 13 November 2009
Is 13,4-11 Sal 67 Ef 5,1-11a Lc 21,5-28
Ci sono momenti nei quali ci accorgiamo di non sapere valutare il tempo che stiamo vivendo.
Facciamo molte cose, leggiamo anche i giornali, ma quando torniamo a casa alla sera dopo un giorno di lavoro, o quando chiudiamo il nostro giornale, abbiamo la sensazione di non sapere dire nulla. Nulla su come è andata, nulla sulla direzione che abbiamo intrapreso.
I ragazzi sono più soggetti a questa difficoltà (sottile e profonda), noi stessi non gliel’abbiamo insegnato. Difficoltà sottile perché quando si perde non si sa più di averla persa, si vive come se si avesse una mancanza che non si sa nominare. La noia dei ragazzi è proprio questo: un vuoto che non si riesce a colmare, neanche a nominare. Difficoltà profonda perché senza saper valutare il tempo della vita, non sappiamo vivere. Tutti ne abbiamo bisogno.
Sapere valutare il tempo che stiamo vivendo, le esperienze che si fanno. Le giornate passano, le esperienze volano. Se non ci domandiamo sul loro passare anche i nostri anni scorreranno senza lasciare traccia.
Gesù chiede questo, l’avvento chiede questo: sapere valutare il tempo che ogni anno passa e trascorre uguale (ogni Natale che arriva e passa) e saperlo raccontare, come (leggi tutto...)